Archive for the 'racconti brevi' Category

Ophelia, J. W. Waterhouse
Aveva un lavoro da schifo, nel vero senso della parola. Un lavoro pagato male, di più, malissimo. Un lavoro che lo teneva inchiodato ad una scrivania troppe ore al giorno, a fare cose che non gli interessavano né gli piacevano, un lavoro che era all’ origine della sua ulcera e della sua insoddisfazione. O forse era l’ insoddisfazione all’ origine dell’ ulcera? Poteva essere. Non era importante. Non più. Perché adesso non gli fregava più di tanto. Adesso aveva capito che ribellarsi e sperare in un cambiamento era inutile, si nasce con un destino, no? Segnati. C’ è chi è fortunato e chi no. E che non gli venissero a parlare del “sei tu che ti fai il tuo destino”. No. Lui ci aveva provato e ci aveva anche creduto, da quel povero fesso che era, che ce l’ avrebbe fatta a sganciarsi da tutto quel ciarpame. Ce l’ aveva messa tutta e aveva fatto del suo meglio per riuscirci. Si era arenato quando si era reso conto che senza raccomandazioni, amicizie di peso, senza leccare il culo a chi di dovere, la sua buona volontà non serviva a un cazzo. L’ aveva capito con il tempo, guardando gli altri, i compagni della giovinezza che si facevano strada, si compravano la villetta, l’ auto coupé, mettevano su famiglia con belle figliole. Lui era lì invece, fermo al punto di partenza, un illuso, uno sfigato che aveva creduto che dar prova di volontà, di capacità, essere affidabile, disponibile, attivo, onesto, sarebbe bastato. Invece niente. Aveva incominciato in quel magazzino, schedando le bolle di consegna. Facendo conti e controlli. In un ufficio senza finestra, con un tubo al neon che spandeva la sua luce bianca sugli schedari di metallo, la scrivania di finto legno, le carte che si ostinava a tenere in ordine. Ci era invecchiato in quell’ ufficio. Sette ore al giorno, ogni giorno. Aveva perso di vista gli amici. Si era rifiutato di prendere in considerazione l’ idea di farsi una compagna, che cosa poteva offrirle? Una vita tirata. L’ attrazione e l’ amore, lo sapeva, perché l’ aveva visto accadere, finiscono nella noia, nel disinteresse, peggio ancora, nelle liti quando manca un benessere decoroso e ci si deve preoccupare per il domani, si deve risparmiare sulla luce, sulle vacanze, sui vestiti. No, non era giusto. Lui si faceva bastare lo stipendio, con gli anni aveva perso le voglie della giovinezza, aveva imparato ad accontentarsi. Si faceva bastare l’ abito grigio invernale, il completo nocciola estivo, si accontentava della bicicletta, di un appartamento di due stanze in affitto in un casermone di periferia. Attraverso i muri sottili sentiva le voci dei coinquilini, quelli di fronte, di fianco, di sotto. Gridavano tutti, sempre incazzati. I bambini piangevano. Le donne strillavano. Spesso oggetti cadevano e si rompevano a terra. Gli uomini sbattevano le porte e andavano al bar. Eppure c’ era stato un tempo in cui la vita gli aveva spalancato le braccia e qualcuno gli aveva fatto credere che tutto per lui sarebbe stato possibile. Si chiamava Cecilia. Lui ne era innamorato. Lei l’ aveva mollato per un altro. Amen. A quel tempo aveva appena incominciato a lavorare nel magazzino. Il primo passo verso il futuro.
“Permesso?”
Alzò la testa dai fogli.
” Posso? Gli uomini, sì, gli operai fuori mi hanno detto di chiedere in quest’ ufficio… “
E allora?
” Sì, è per l’ annuncio… c’ era sul giornale di ieri. C’ è ancora il posto? C’ è ancora? “
Si ricordò che la direzione stava cercando una persona che sapesse usare bene il computer.
Scosse il capo. Noncurante.
” Non c’ è più? Avete già trovato? ” Era giovane, carina, ansiosa.
” Non lo so.” Si decise a dire.
” Deve andare al piano di sopra. Non qui. ” aggiunse quasi di malavoglia.
” Ah, ecco. Quelli fuori m’ avevano detto…”
” No. Non qui. Vada di sopra. Le diranno tutto. Di sopra. ” un filo spazientito.
” Grazie. Mi scusi. L’ ho disturbata. Mi scusi. E’ il mio primo lavoro, sa. E’ importante. Credo d’ essere un po’ agitata. “
” Capisco. “, poi, solo per essere gentile, disse: “Vedrà che andrà bene. “
” Lei dice? Spero di sì. Proprio tanto. Sono uscita dalla scuola da pochi mesi e ho cercato subito d’ impiegarmi, ma non è facile. Per niente facile. E io voglio lavorare. Ne ho bisogno. Come tutti, vero? ” sorrise.
” Già. ” disse lui. Parlava tanto quella ragazza. Forse perché era agitata. Forse era una chiacchierona. Prese su un foglio e chinò lo sguardo a leggerlo, così tanto per farle capire che aveva da fare. Per farla andar via.
” Lei qui che mansione ha? “
Mansione? Ma che accidenti voleva?
” Spedizioni.” grugnì.
” Che computer adopera? “
Chettefrega?
” Pentium… “
” E’ un modello vecchio, troppo vecchio.” Aveva fatto il giro della scrivania e s’ era piazzata alle sue spalle. Lui odiava la gente alle spalle.
” Senta, signorina… “
” Maria, mi chiamo Maria. Sì, davvero è un modello superato. “
Basta.
” Per quello che devo farci va bene. “
” No davvero. Non credo. Che programma di posta adopera?”
” Non pensa che farà tardi per presentarsi per il posto? “
” Certo! Stupida che sono! Vado via, è solo che io lavoro sui pc e… va bene, scusi ancora, spero di rivederla. ” sorrise.
Era uscita. Signore, ti ringrazio. Questi giovani non hanno il senso della misura. Quella poi sorrideva troppo, per i suoi gusti.
Si rimise a trafficare. Come sempre, a mezzogiorno scaricò la posta. La direzione inoltrava gli ordini effettuati affinché li schedasse. C’ erano i messaggi di alcuni rappresentanti che citavano i reclami dei clienti per un ritardo nelle spedizioni. E allora? Che si lamentassero con chi di dovere. Lui la sua parte l’ aveva fatta. Che lo scassavano a fare? Li cancellò. Quasi stava per cancellare anche un messaggio che aveva per oggetto Direzione. Si bloccò un attimo prima di premere il delete. Che cosa volevano?
L’ aprì: ” Salve, mi hanno assunta! Incomincio domani! Ma adesso sono in ufficio: ho chiesto di rimanerci un po’, oggi, per prendere su l’ aria, come si dice. Volevo salutarla, ringraziarla perché è stato gentile con me e dirle che sono contenta. Ci vediamo presto. Maria”
L’ avevano assunta e lei era contenta. Va bene.
La mattina dopo arrivò in ufficio come al solito, puntuale, ma neppure un secondo prima dell’ orario. Accese la luce, andò alla scrivania, si sedette.
” Buon giorno! ” era sulla soglia, il viso solo un po’ arrossato. Sorrideva.
” Buongiorno.” Rispose. Educato.
” Vado di sopra. Buon lavoro!”
” Buon… ” era già sparita. E lui non aveva fatto in tempo a completare la frase.
Ogni mattina, prima di salire in direzione, Maria passava a augurargli il buon giorno. Alla chiusura passava a dirgli: “A domani!” voce squillante.
Lui pensava che era gentile, ma non capiva perché mai si prendesse quel disturbo.
Poi, lei incominciò a scrivergli messaggi nei momenti liberi. Brevi messaggi, solo poche parole, tipo “Salve, come va?”, cose così insomma. Lui, per educazione, le rispondeva.
Con il passare del tempoi Maria incominciò a scrivere messaggi più lunghi, più chiacchierini. Prima sui colleghi nell’ ufficio, cosine da far sorridere chi ne avesse avuto voglia, poi un po’ più personali. Lui pensò che si sentiva sola oppure semplicemente che era incapace di star zitta. Imparò comunque che viveva con la madre. Che la madre l’ aveva fatta studiare facendo un bel po’ di sacrifici e che adesso lei si sentiva in debito e voleva aiutarla. Per questo aveva tanto urgenza di mettersi a lavorare.
Schivava tutte le sue domande, come ” che mi racconti di te? “, ” che cosa hai fatto ieri sera?” Non ne voleva di ingerenze nella sua vita quotidiana. Che cosa poi potesse importare a Maria di quello che lui aveva fatto la sera prima, era un mistero. In ogni caso non erano affari suoi. Magari lo chiedeva per semplice curiosità. Ingenua, ma indisponente, curiosità. Così lasciava cadere le domande nel vuoto virtuale, facendo finta di niente. D’ altra parte le sue risposte erano sempre brevi, distaccate. All’ inizio voleva tenerla a distanza. Poi, con il passare del tempo, i messaggi diventarono una consuetudine e si trovò a scaricare la posta con una cera ansia, sperando di trovarci qualcosa di Maria. Generalmente c’ era. Si accorse che rimaneva deluso, quando non ne trovava e la cosa lo preoccupò un tantino. Lui di delusioni ne aveva già avuto la sua parte. Non voleva correre rischi.
Una sera Maria passò a salutarlo come al solito. Era contenta. Sorridente come sempre. Fiduciosa. In sé, nel futuro, nelle cose importanti della vita. Si salutarono. Lui spense la luce, uscì. Maria si allontanava lungo la strada stretta ad un tipo alto, jeans e giubbotto. ” Ecco. Così.” pensò lui.
Fece il giro lungo per tornare a casa. Per prendere un po’ d’ aria. Per pensare ai giovani e ai loro amori. Aveva creduto che non avrebbe mai rimpianto la giovinezza con tutti i suoi sogni, le sue illusioni. Invece quella sera la rimpianse.
Il giorno dopo era sabato. Il lavoro sarebbe ripreso solo lunedì. Ebbe due giorni per fare i suoi lavori in casa, riordinare e pulire. Aveva imparato da tanto di quel tempo a far le faccende che ormai gli veniva naturale e spontaneo. Fece il bucato, rammendò i calzini. Fece una passeggiata. Al telegiornale delle otto, la domenica sera, imparò che Maria era morta. L’ avevano trovata strangolata in un viottolo dietro il parco delle Radici. “… la polizia indaga.”
Ecco. Così. Indagano. Era strano. Non provava rabbia. Era quella l’ ultima delusione? L’ ultimo tradimento della vita? Era vissuto fino ad allora per quello? E Maria, per che cosa era vissuta? Per arrivare a quella morte? Così giovane, così tutto. Dire che era ingiusto non bastava. Non serviva. Spense il televisore. Le voci gli davano fastidio. Si sedette su una sedia, mise il gomito sul tavolo e appoggiò la fronte alla mano. Chiuse gli occhi. Voleva silenzio.
Il lunedì, venne la polizia a far domande lì dove Maria aveva lavorato. Andarono in direzione. Lui entrò nel suo ufficio. Accese il computer e scaricò la posta. Provava la solita sensazione di attesa. Nonostante tutto. Era il suo rituale. Lo compì come facesse un pellegrinaggio.
Ma il messaggio c’ era. E parlava di un giovane conosciuto da poco e che si chiamava così e così e aveva tot anni e lavorava dalla tal ditta, e abitava…, sì c’ era anche la via… e c’ era che quel sabato aveva un appuntamento con lui e così non sarebbe tornata a casa dopo il lavoro, ma sarebbe andata al cinema con lui e …” sai, mi piace, ride che è una meraviglia e potrei anche innamorarmi, vedremo. Tu che dici? Adesso vado via, ma volevo raccontarti tutto prima di uscire… sono così felice…”
Bene. Ecco. Così vanno le cose. Sentì la polizia scendere e poi qualcuno aprì la porta:
” Qualche domanda, per favore. Conosceva …. “
Sì. La conoscevo. Era giovane, carina, fiduciosa e ci credeva, nel futuro. Che sarebbe stato bello. Magari non perfetto, ma bello. Ecco, vedete, ci scrivevamo via e mail. Così.

Tom Chambers, Night light
Ci si era arrivati un’ altra volta. Sì, era di nuovo Natale. Insomma, non natale nel senso del giorno di Natale, ma nel senso del periodo di natale, quando la città di sera si accende di luci colorate che incorniciano le entrate dei negozi e addobbano i monumenti del centro storico, quando i babbi natale scampanellano agli incroci, sorridendo ai bambini, con gerle piene di caramelle minuscole e il caldarrostaio all’ angolo dove via Indipendenza sbuca in Ugo Bassi, proprio dietro la schiena del Nettuno, chiama i passanti, insistente, con il profumo dei marroni arrostiti.
Bene. Ci si era. A Natale. Che poi, a ben guardare, a lei che fosse natale non ne poteva importare di meno. Non cambiava una grinza. C’ era la rottura di dover fare la spesa per tre giorni infilati. Per il resto, tutto come sempre. Non accettava che, poiché era natale, tutti dovevano, sì, dovevano, avevano il preciso dovere d’ essere felici, quantomeno contenti e … buoni. Una pirlata. Da bambini. Ecco, giusto: per i bambini poteva essere una bella cosa, papà natale, le renne, i regali, Gesù Bambino, la mucca e l’ asinello, i pastori sotto il cielo stellato di un paese lontano (mica tanto, poi, si potevano sentire gli echi degli spari, si potevano). Ma sì. I bambini si incantano con facilità. Per i grandi tutto si risolveva in una corsa per negozi. A spendere più di quanto ci si potesse permettere, a progettare vacanze in montagna o in qualche paese caldo. Quelli che stavano a casa, si buttavano su pranzi da otto portate, panettoni, pandori ad addolcire vecchi dissapori famigliari destinati a confluire, intatti, nel nuovo anno.
Stando così le cose, lei ci aveva dato su alle celebrazioni natalizie un bel tot d’ anni prima. Quando il figlio ormai cresciuto non aveva più richiesto l’ allestimento del presepe in casa, sotto l’ albero comprato al mercatino dei pini e aveva invece chiesto i soldi per andare a sciare con gli amici. Non ne era rimasta dispiaciuta e tantomeno stupita. Riteneva che fosse giusto così. Lei lo sapeva bene che cosa vuol dire essere giovani, sentirsi compressi e strizzati fra i “no” di una famiglia che, per il tuo bene e poiché ti vuole bene, vuole che tu santifichi “in casa” ogni ricorrenza, ogni festa comandata e non. Ne portava i segni. Ancora. Nessuno e niente glieli avrebbe più tolti.
Lo sapeva che di lei dicevano che era strana, queste erano le voci gentili, chiusa, queste le voci dei parenti psicologi dilettanti, antipatica e egoista dicevano i detrattori. Non le importava. Anche perché, pensava, ci aveva provato a essere famigliarmente idonea, ma c’ era sempre chi non coglieva il suo sforzo di buona volontà o non lo riteneva sufficiente e trovava da ridire. Così li aveva mandati a quel paese in mucchio e si era reimpossessata della sua individualità. Buona o cattiva che fosse.
Era, pensò, un natale senza neve. E meno male. Ci mancava di dover sguazzare nella poltiglia nerastra che è la conseguenza immediata delle nevicate in città. Faceva freddo. La gente passava avvolta in pellicce, in montoni, in lunghi giubbotti imbottiti, rivestiti di tessuto in microfibra. Dalle vetrine occhieggiavano guanti, sciarpe, berretti, stivali. Un negozio esponeva lingerie sottile e spumosa: rabbrividì e passò oltre. Stava tornando a casa dall’ Istituto di ricerca, dopo un altro pomeriggio speso, appunto, a far ricerche con un manipolo di colleghi “strani”, chi più, chi meno, come lei. Ci stava proprio bene, all’ Istituto, come un pisello nel baccello, un insetto nel bozzolo, al caldo, al sicuro insomma. Era ormai sera quando era uscita, e nel buio di dicembre, quando il buio arriva così presto che ti chiedi se mai c’ è stato il giorno, si era diretta alla fermata del 27B. Pieno centro. Folla. Luci elettriche. Automobili. Motorini. Ancora folla. Giovani, vecchi, giovanissimi, mezza età, di tutto un po’.
La vide fra la gente. Veniva avanti con passo abbastanza sicuro e sguardo del tutto smarrito. Una donna alta. Anziana. Capelli grigi, alle orecchie, un po’ scompigliati, come dopo una dormita. Occhi grigi, un po’ fissi. Fronte alta, pelle vizza, Bocca dalle labbra rientranti, niente denti. Un foularino leggero al collo, un cappottaccio addosso. Un paio di Clark’ s sbertucciate ai piedi, una borsa a sacco sulla spalla. Camminava. Verso, pareva, un punto. Poi, come avesse perso contatto con quel punto, si girava, tornava indietro. Si guardava intorno: cercava. Qualcosa. Qualcuno.
Non la vedeva nessuno. Le facevano largo, sì, ma non la vedevano. In tutta quella luce artificiale. Proprio come non ci fosse. E lei continuava il suo andirivieni imperterrita. Non dava l’ idea della miseria, ma di qualcosa di diverso e di più, aveva addosso un’ aria di abbandono che colpiva, faceva dolere l’ animo dentro, in profondità. Faceva venir voglia di andare verso di lei, di salutarla, stringerle la mano, cose così. Solo a poterla vedere. A un certo momento attraversò la strada. Lei la seguì con gli occhi fin che poté mentre la donna camminava sull’ altro marciapiede, finché la folla non la strinse tanto da inghiottirne la sagoma, sfumarne i contorni. Era sparita.
“Natale. Tsé!” si trovò a dire a mezza voce. Il 27B era in arrivo. Presto sarebbe stata a casa. Senza albero, senza presepe, senza candele rosse. Perché a lei che fosse natale non poteva importare di meno. Avrebbe scaricato la posta e ci avrebbe trovato, inevitabilmente le prime postcard d’ auguri, cui, regolare regolare, non avrebbe risposto. Nei giorni seguenti nessuno al mondo le avrebbe telefonato per chiedere: “Cosa fai per natale?” Ed era meglio così.
Lei, per natale avrebbe messo su un CD di un suo amico compositore, certo Dante, che faceva una musica che lei sentiva particolarmente congeniale e avrebbe scritto qualcosa, magari sul natale, magari su quella donna alta, squadrata, di carne e di ossa a cui avrebbe voluto stringere la mano, l’ unica persona a cui, in tanti anni, si era sentita sul punto di dire: “Buon Natale.” Chissà perché.
Un augurio sincero. Sentito. Vero. E non ne aveva fatto niente. Da quella cretina che era.

Immagine da Flickr
Il vecchio andò direttamente alle caselle postali. Aprì la numero 27. Ne trasse le buste. Le tenne un secondo fra le mani, quasi soppesandole. Le ripose poi nel sacchetto di plastica che teneva appeso al braccio e si allontanò, uscendo dall’ ufficio postale.
Camminava trascinando i piedi, come spesso capita a quelli in età avanzata. Colpiva in lui l’ aspetto, un misto fra il trascurato e il decadente, in contrasto con lo sguardo, guizzante e tagliente, che sconcertava chi, per caso, lo incrociava.
Camminò a lungo finché raggiunse una costruzione in pietra che aveva visto, in passato, giorni migliori. Adesso si presentava consumata dalle stagioni, mangiata com’ era dalla pioggia e dal gelo, cotta dal sole. Il vecchio si fermò e fissò la casa. Scosse la testa, impercettibilmente. Salì i tre gradini consumati, fino alla porta d’ ingresso. Cincischiò brevemente nella tasca del cappotto sdrucito, aprì la porta, solo uno spiraglio, e sparì all’ interno. Inghiottito da un buco nero.
All’ interno, su tutto pareva regnare un senso di decomposizione fatto di polvere e muri farinosi. Il vecchio salì la scala che portava al primo piano. Sul piccolo pianerottolo si fermò: c’ erano due porte. Aprì quella alla sua sinistra ed entrò in una stanza che contrastava con il resto della casa, calda, confortevole, quasi elegante, ben illuminata, com’ era, con mobili di legno lucidi, una grande scrivania e una cassettiera. Si guardò in giro, come a controllare che tutto fosse come lo aveva lasciato. Si sfilò il cappotto, si tolse la giacca, e poi la maglia grigia e consumata ai polsi. Aprì un cassetto, ne trasse un lungo abito verde lucido, lo indossò. Si sedette alla scrivania, posò le buste sul ripiano, ripiegò con cura il sacchetto e lo mise da parte.
Fissò le sei buste con occhi penetranti, mentre intrecciava le lunghe dita sottili delle mani per poi subito scioglierle, come in una ginnastica istintiva.
Con calma aprì le buste. Ne trasse i questionari e li dispose uno a lato dell’ altro. Incominciò ad esaminarli, controllando per ogni voce le diverse risposte. Non doveva prender nota di niente, registrava ogni cosa in testa, incasellava ogni reazione, ogni minimo spunto, mentalmente, e intanto intrecciava e scioglieva le dita, serpenti che s’ annodavano senza fine.
Era questo il suo compito, sancito nel tempo, era questo il suo dovere, impostogli da un passato stellare quando si era deciso che, essendo le creature fragili gingilli di carne, sangue e ossa, nulla di più, li si doveva osservare, manipolare, prevaricare persino, per il loro stesso bene, per semplificarne la vita, in una prospettiva che consentisse di determinare, alla fine, attraverso la ricerca, l’ individuo perfetto per l’ omogeneizzazione sociale totale. Perché questo esattamente era il fine: per mezzo dell’ analisi dei comportamenti condotta con freddezza e spinta all’ estremo limite dell’ intollerabilità, determinare il punto di rottura, individuare le strategie più adatte alla pianificazione di un mondo di tutti uguali, con pulsioni ridotte al minimo, se non azzerate, comunque stratificate in menti che non si interrogassero, che non si ponessero domande. L’ era dei perché? che creano dubbi, che tormentano lo spirito, che indagano i campi più lontani del sapere, doveva finire. Bastavano pochi spiriti eletti, preposti a questo compito, a porsi le domande, a darsi le risposte giuste, per tutti.
Le dita snodate in movimento continuo sapevano cogliere l’ elemento cruciale delle reazioni di uomini e donne, di qualsiasi età, di qualsiasi estrazione sociale, qualunque fosse la loro posizione, e lui sapeva, sapeva bene che poteva smontarli e rimontarli, romperli e rimetterli insieme, sciocchi, furbi, onesti, disperati e malandrini, come fossero modellini componibili.
Lui era il maestro della profezia mai scritta, colui che, con pochi altri nel mondo intero, deteneva il potere che avrebbe realizzato il mondo perfetto dove l’ uomo sarebbe infine stato libero dal pensare e dal soffrire in quanto animale pensante.
Libero. Per tutti i secoli dei secoli.
Si fece buio nella stanza, solo la veste smeraldina rilasciava un leggero lucore. I questionari erano cenere untuosa sul piano della scrivania.
La pelle si tese sugli zigomi del vecchio e pian piano, delicatamente, si sfaldò, una maschera che si screpola e si sfoglia e rivela il niente, sotto. Il vuoto di un’ orbita immensa che crepita e risucchia in vortici costanti luce e aria e tempo.
Tutta la fragilità dell’ io - uomo vi era riposta, veniva masticata e digerita insieme alla molteplicità delle sue storie, del dolore, della gioia, della rabbia, dell’ infamia, dell’ amore.

Immagine di luigitosolin
L’ angolo dove stava l’ apparecchio tv era all’ ombra. Il resto della stanza era in piena luce. Risultato: un caldo boia.
L’ uomo, in boxer stropicciati, stravaccato su una poltrona di velluto marrone, sudava come se avesse da buttar fuori tutta l’ acqua del mondo. Guardava la tv e passava da un canale all’ altro, “navigava” per i canali, sparando raffiche di zapping selvaggio. Dalla finestra aperta si riversavano nella stanza luce a fiotti, caldo a ondate e odore di pesce, quest’ ultimo rifluiva dal ristorante ‘Mario, specialità pesce fresco’, al piano terra del palazzo.
L’ uomo allungò una mano e prese una lattina di birra dal tavolino accanto alla poltrona. Ne mandò giù una sorsata. Fissò lo schermo come se avesse alla fine trovato un programma che lo interessasse. Allentò il polso, senza però mollare il telecomando e rimase a guardare una tizia che parlava di ricette: tonno in casseruola.
“ Troia” commentò lui.
Bevve un’ altra sorsata di birra. Agli angoli della bocca si formarono due brevi rivoli biondi.
Suonò il campanello della porta. Lui non mosse un pelo. Hanno suonato? Certo che no.
Perché infatti qualcuno avrebbe dovuto prendersi la briga di suonare alla casa della sfiga?
E dunque! Hanno suonato ancora.
Si alzò e incazzato gridò verso la porta: “Chi è?”
“Apri, Amos. Dai…”
E lui aprì, una fessura di un 10 centimetri da cui intravide una gamba abbronzata, una gonnella bianca, un top pure bianco, una spalla abbronzata come la gamba, un mento deciso, l’ angolo di una bocca non più giovane e un occhio azzurro, vecchio come il mondo. Gli bastò.
“ Va’ a fare in … “ urlò e intanto spalancò l’ uscio.
“ Il solito signore” disse lei.
“ Cosa vuoi?”
“Vedere come stai…”
“ Che te frega?”
“Siamo amici e fra amici…”
“ Amica della troia sei! Ti ha mandata lei?”
“ No, volevo vedere se potevo aiutarti…in un qualche modo…”
“No. T’ ho chiesto d’ aiutarmi, io? Non mi pare. Io sto bene. Benissimo. Solo come sono, finalmente. Diglielo alla troia.”
“Mi fai entrare?”
“Perché?”
“Dovrei prendere due cose…”
“Questo allora! Mi pareva! Si è scordata dell’ altro?”
“Senti, sono solo due o tre cosette…”
“Ma fa’ quel che ti pare! Prendi quel che ti pare! E poi sparisci!”
Sbatté con forza il battente mandandolo contro il muro dello stretto corridoio che faceva da ingresso.
“ Ma perché tieni tutto spalancato? Entra tutto il caldo così…”
“ Ma perché non ti fai gli affari tuoi? Non ti passa per la testa che a me va bene così?”
“ Ma se lo sanno tutti che odi il caldo! “
“ Adesso no. Son cambiato. Le persone cambiano, non lo sai? Adesso mi sta bene il caldo. Ci sto come un papa a fare la sauna in ‘sta casa che pare ci abbiano rubato ogni cosa e invece è solo che la stronza ha fatto man bassa di tutto e come abbia fatto in una mattina a portarsi via tutto non lo so…l’ hai aiutata tu? Certo che l’ hai aiutata tu. L’ amica del cuore! Quella sempre fra i piedi che ormai ci stava in mezzo anche quando andavamo a letto…Glielo hai consigliato tu di mollare questa bestia di marito e di scappare con quell’ altro gonzo? Tu? “
“Anche se ti dico di no, mica ci credi” fece lei.
“ No che non ci credo. Tutte uguali, voi. Tutte brave e buone e tutte un sorriso finché le cose van per un certo verso. Ma poi, appena il vento tira da un’ altra parte, appena vi stancate, solo musi e lamentele da tirar sberle e poi…”
“ Mica tutte…”
“ Tutte.”
“ Allora prendo due cose. Va bene?”
“ No che non va bene. Non c’ è rimasto più niente qui. Che cosa vuole ancora? La poltrona? La tv? Il materasso? Dico, anche la statuetta del crocefisso s’ è portata via! S’ è scordata un qualche abituccio? Beh, a quelli che s’ scordata può dire addio, perché son finiti nell’ immondizia. Dritti dritti nell’ immondizia. Guarda, vai a guardare…niente più vestitini per la pupattola in fregola.”
“Va bene, ho capito. Vado in cucina, un attimo.”
“ A far che? Vuole la pentola a pressione? Una casseruola? Non dirmi che s’ è messa a far da cena a quell’ altro! Lei che aprire una scatoletta era proprio il suo massimo. Faceva fatica anche solo a scongelare un pezzo di merluzzo…Vai, vai.”
In cucina regnava un disordine sinistro, perché pareva voluto, cercato con cattiveria, astio e perseveranza. La donna andò al frigo, lo aprì, allungò una mano verso l’ angolo superiore e proprio dal fondo trasse una scatoletta bianca, un vasetto.
“ Cos’ è?” Fece l’ uomo dalla porta
“ Niente. Sì, insomma, niente d’ importante, solo una crema. Per il viso. “
” In frigo?”
“ In frigo.”
“ Hai finito?”
“ Vado.”
“ Brava.”
“ Senti, perché non facciamo due parole? “
“ Io e te? Scherzi, vero?”
“ No, dico sul serio. Due parole. Soltanto. Guarda, facciamo un po’ d’ ordine sul tavolo, sposto questi piatti, butto queste cartacce, mio dio, ma la pattumiera è piena, fa lo stesso, ci stanno, beviamo una birra insieme, vuoi? E facciamo due parole. “
L’ uomo la guardava trafficare per la cucina, fare un po’ di largo, passare un pezzo di scottex inumidito sul piano del tavolo, prendere due bicchieri, era un miracolo che ce ne fossero rimasti due puliti, prendere una lattina di birra dal frigo, clic, aprirla, versarla nei bicchieri.
“ Ci sediamo?” chiese lei
Lui sedette. Lei pure dall’ altro lato del tavolo, di faccia a lui.
Fu in quel momento che lui incominciò a sentirsi strano. La guardava e la odiava, vecchiaccia che di diventar vecchia non ne voleva sapere e faceva jogging, andava in palestra, si vestiva come se fosse ancora una giovine di primo pelo e invece quanti anni aveva, quaranta? Certo una quarantina: n’ era passata d’ acqua sotto i ponti da quando era stata di primo pelo, quanta ne era passata!
“Se le guardi gli occhi, le dai anche più anni” pensò. Chissà perché, si chiese.
Comunque la odiava. Era lei che aveva messo in testa a quell’ altra tutte quelle storie, che l’ aveva convinta che una donna deve essere, che cosa? Una che si fa rispettare, che fa i comodi suoi, la libertà è sacra, anche se è sposata, non cambia niente, le donne devono realizzarsi, hanno diritti e diritti, il marito è un ostacolo, se brontola perché si sente messo in disparte, peggio per lui, se non fa il complimentoso è uno zotico che non ti merita, se poi gli affari vanno male e c’ è da stringere la cinghia, allora è solo un sozzo tirchio che non merita un briciolo di considerazione. Lei. Era stata lei. Fino all’ ultimo atto: quando in vacanza le aveva presentato quel bel tomo tutto denti bianchi rifatti, con tanto di catena d’ oro che pareva uno di quelli che ti consigliano i vini nei ristoranti come si vede in tv e lei c’ era cascata.
“ Non sono stata io. “ disse la donna “Capisci, non sono stata io. “
Lui bevve un sorso di birra. Sentiva il sudore farsi freddo sulla pelle nuda.
Pensò “Sono in mutande. “
“ Non sono stata io, anche se non vuoi crederci. Eravamo, siamo amiche. Ma io non l’ ho spinta. Le ho detto: pensaci. Le ho detto: ma lo sai bene quel che fai? Ma era tardi, Amos. Era tardi. Si sentiva stanca della vita che faceva.
Era stanca di tutto. Voleva cambiare. Forse, se aveste avuto dei figli, sarebbe stato diverso. Ma così, voi due che appena uno apriva bocca, l’ altro gliela chiudeva…Era solo stanca. Capita.”
Lui taceva. Non pensava neanche.
“ Mi dispiace.” Continuò lei ”Per lei che non so che fine farà, per te, che, anche se mi hai sempre trattato come una disgraziata e forse lo sono, sei una brava persona, come avrei voluto incontrare quando era il momento giusto, mai che mi sia capitato: pareva che attirassi solo i disperati, fregnoni, sfruttatori, gente così insomma. L’ ho sempre invidiata perché aveva trovato te, sai?”
Lui la guardò. Stranito. Una cosa come un groppo gli stava dentro che manco riusciva a capire.
“ Ma va’ là…” fece
“ Davvero. Vorrei che tu non dessi la colpa a me. Vorrei che ti tenessi su, non lasciarti andare a ‘sta maniera, non ne vale la pena…Può ancora tornare. Anzi, vedrai che torna.” Disse decisa.
“ E ti credi che io la riprendo? Sono un tipo fatto a quel modo, per te? Io non riprendo nessuno. Se ne è andata. Un fallito, ha detto che sono. Uno stupido, ha detto. Bene. “
La donna si alzò dalla sedia, prese il bicchiere e lo sciacquò sotto il rubinetto, lo ripose capovolto sul piano del secchiaio.
“ Vado. “ disse e s’ avviò alla porta.
“ Luisa.” Chiamò lui
“ Che c’ è?”
“ Ti sei dimenticata quella… crema.”
“ Già. “
Prese il vasetto.
“ Ciao” fece
“ Ciao” fece lui.
La sentì uscire dalla cucina e camminare nel corridoio che faceva da ingresso. Ascoltò il rumore dei suoi passi che si avvicinavano alla porta.
Lei aveva la mano sulla maniglia e stava per aprire, quando lui la prese per le spalle e la fece girare su se stessa.
“ Fammi vedere i tuoi occhi. “ disse
Guardò due iridi chiare, immerse in una rete di rughe sottili e dentro qualcosa cedette sciogliendosi come un blocco di ghiaccio che il sole d’ agosto fa squagliare. Si chinò su di lei e cercò la bocca non più giovane, la trovò, la baciò, lasciandosi andare ad una corrente di rimpianti, di delusioni, di smarrimento sconforto conforto che non voleva capire. Tanto ci sarebbero voluti secoli per capirci qualcosa.
“Luisa.” disse
“Amos.” disse lei.
Le loro voci erano basse, i nomi appena sussurrati, la stanza era rovente. Alla tv passavano immagini di pubblicità, Venite in vacanza a….Volate con…, cose così.

Fotografia di Imogen Cunningham
Stava aspettando che tornasse a casa, era in ritardo. Eppure sapeva bene che quella sera dovevano venire da loro i soliti amici, una cena alla buona e tante chiacchiere, niente di particolare, ma insomma avrebbe dovuto avere almeno la cortesia di farsi trovare a casa a un’ ora decente, di preparare qualcosa da mangiare, anche solo un’ insalata, di mettere in ordine.
Invece niente. La casa era un disastro, se possibile peggio del solito. I giornali di tutta la settimana erano sparpagliati davanti al divano. C’ erano le sue calze, il suo pigiama verde scuro – mai che indossasse qualcosa di chiaro, sempre colori scuri e ringraziare se ogni tanto sgusciava fuori dal nero -, i pettini, la spazzola e il phon erano abbandonati in bagno, spersi fra la vasca e lo sgabello giacevano l’ accappatoio e gli asciugamani.
Meccanicamente li raccolse, li buttò, appallottolati, nel cesto della biancheria sporca. Si faceva tardi. Pensò, adesso telefono. Se almeno avesse tenuto il cellulare acceso. Macchè. Spento. Morto. Che cosa se l’ era comprato a fare?
Inutile cercare di star calmo, proprio non ci riusciva. All’ irritazione era subentrata la rabbia. Non ne poteva più. Ormai era troppo tempo che la situazione stava andando a picco. E loro due lo sentivano. Lo sapevano, ma non ne facevano parola. Andavano avanti come se tutto fosse normale. Si alzavano la mattina, bevevano un caffé insieme, in piedi, in cucina.
Vado, diceva lui
Ciao, diceva lei
Avevano perso l’ abitudine di scambiarsi un bacio breve e ancora assonnato da molto molto tempo, ma nessuno dei due ne aveva fatto una tragedia.
Si ritrovavano la sera.
Ciao, diceva lui
Ciao, diceva lei
E accendevano la televisione per il telegiornale che condiva le loro cene precotte, a volte uscivano, avevano amici, andavano a un cinema, in pizzeria o, se potevano permetterselo, in trattoria sulla collina, buon vino e tagliatelle fatte in casa.
Lei voleva un figlio, ma sapevano, tutti e due, che non se lo potevano permettere, per il momento. Più avanti forse, quando avessero potuto trasferirsi in un appartamento più grande, quando avessero finito con le rate della macchina –l’ aveva voluta lui, bella, grande, comoda, costosa, e che neanche uno sfizio mi posso togliere? -, con le rate della lavatrice-asciugatrice, del frigo congelatore maxi, quello che ti dà l’ acqua fredda direttamente – li aveva voluti lei, - insomma servono, con me fuori di casa tutto il giorno -, sì, insomma le rate per tutto quello che avevano creduto necessario a tener ben nascosto la distanza che si stava scavando fra di loro,
ogni giorno la fenditura si allargava, era diventata una crepa dagli orli frastagliati, era ormai fuor da ogni controllo,
e la terra aveva cominciato a tremare sotto i loro piedi che andavano in direzioni parallele e mai si incrociavano,
a tremare forte mentre lampi arancione aprivano le nuvole e loro niente, immobili come lampioni piantati nel cemento di una strada trafficata senza semafori che dessero il via,
come paletti conficcati fitti intorno a un campo fiorito per precludere l’ ingresso a tutti e a loro due in particolare.
Si rese conto che era buio. Tirò un pugno all’ aria. Aprì il frigo ultramoderno e dentro trovò la desolazione del solito tonno, di due uova – scadenza ignota – yogurt scadenza ok -, non ha preso niente per stasera, pensò. E ancora, adesso chiamo Anna e Fede e dico loro di non venire, che non sto bene. Proprio mentre allungava la mano per prendere il telefono senza fili, sì, l’ aveva comprato lui, per il design così particolare, il telefono suonò. Era un uomo, voce mai sentita. Poche parole: la prima, incidente, un’ altra, grave, una terza, ospedale. E’ meglio se viene subito. Fine della comunicazione.
Spense il telefono meccanicamente. Si guardò intorno, meccanicamente. Ho trentotto anni, pensò. Lei ne ha trentacinque. Possiamo ancora avere un figlio.
E pregò, Dio, fa che si salvi. E ripeté: Dio, fa’ che si salvi.
Mentre saliva sull’ auto dotata di tutti gli optional che il modello consentiva, mentre metteva in moto e ingranava la marcia, aveva in mente solo il tempo sprecato, tutto ciò che loro due non avevano condiviso, l’ allontanarsi nel silenzio di una colpa che non era loro, che non sentivano loro, ma che li aveva messi al muro. Perché non esistono sostituti possibili all’ amore.
Decisamente. Definitivamente.
Incrociò la macchina degli amici al semaforo. Fede richiamò la sua attenzione sluminando. Lui non vide niente. Niente.
Le pareva che le foglie dei pioppi avessero preso un colore sfumato d’ azzurro, anzi, le vedeva azzurre, proprio azzurre. Si confondevano con il cielo, delimitate solo dal delicato contorno che finiva (o incominciava?) a punta, luminescente com’ era, quasi argenteo.
Era seduta sulla panchina di legno, una delle tante disseminate nel grande parco; a terra, ai suoi piedi, stava il cane, testa eretta, attento. Gli toccò il naso (umido, come doveva essere), gli grattò l’ orecchio destro. Il cane chinò il capo, assecondando il gesto. Gli era sempre piaciuta la grattatina all’ orecchio. Lei guardò innanzi a sé: una distesa di prato verde, un leggero dosso, e poi alberi, alberi e ancora alberi, pioppi, larici, cedri, fino all’ argine del fiume.
Era mattino presto, non c’ era nessuno, non si sentiva una voce e l’ aria estiva era fresca. Le parve di coglier un profumo di tiglio. Sentiva il sangue scorrere pigro dentro di lei come un fiume che allenta la sua corsa, prendendo fiato. Ne aveva bisogno, lei, di riprendere fiato, di fermarsi un poco. Avrebbe voluto costruirsi un nido di bei pensieri e dimenticare il resto.
Che poi il resto era l’ ordinarietà di quei suoi giorni identici, il niente di un tempo che se ne va senza scosse, niente amicizie vere, niente affetti profondi, neppure una qualche attività svolta con passione: niente, insomma. Solo un guscio ben vestito, ben presentabile, ma dentro né tuorlo né albume, né gheriglio, una scorza che nel tempo s’ era fatta da lucida e trasparente, pronta ad accogliere le pulsioni e le forze e, perché no?, le lusinghe che le venivano dall’ esterno, rigida, dura, refrattaria: ostile.
Ma ora doveva dar battaglia. Tempo prima aveva piantato paletti e aveva teso fra l’ uno e l’ altro una recinzione. Vi si era rinchiusa: di qui non si passa. Qui non si entra. Aveva dato un deciso giro di chiave al lucchetto. La sua battaglia contro l’ intrusione si era risolta in una barricata. Loro erano rimasti fuori, a deriderla, schernirla, pungolarla con i pali aguzzi dell’ estraneità. Poiché lei era una diversa che non accettava la sinuosa intrusione dell’ omologazione a schemi prefissati, il venir quotidianamente crocifissa al gusto per l’ esteriormente accettabile, li aveva ignorati.

Gabriel Pacheco
Ed allora erano iniziate le suppliche. I pianti. Si era tappata le orecchie per non sentire.
Erano diventati subdoli: fingevano di andarsene, sperando che lei uscisse e, poiché lei non lo faceva, ricomparivano all’ improvviso, schiamazzanti, frenetici. Lei allora accarezzava l’ orecchio di Kuma e si perdeva nel dorato dei suoi occhi. Un cane può difendere da un aggressore. Quella mattina loro non c’ erano attorno al recinto che nel tempo lei aveva rinforzato con giri di filo spinato e aguzzi frammenti di vetro. Poteva respirare tranquilla, senza affanno, in un’ aria così limpida che si poteva scordare che era inquinata, sotto un cielo così chiaro, velato di lattee trasparenze, che si poteva non pensare al buco dell’ ozono.
Ascoltava il fruscio di fili d’ erba smossi da un merlo, da un passero, chissà e non le venivano in mente se non paesaggi antichi di spontanee fertilità.
Una rondine sfrecciò in alto, un miracolo ad ali tese.
Incominciò ad un tratto a parlare, piano, rivolta al cane, al suo cuore e alle ombre che rapide prendevano forma fuori dal recinto.
“Ho creduto che sarebbe bastato. Ma mi state addosso. Premete contro il filo spinato. Mi volete. E allora, io uscirò. Guardate: sono qui. Apro. Ecco: sono fuori.”
Si alzò in piedi. Il cane si levò di colpo mettendosi al suo fianco.
“Sono qui. Prendetemi, se ci riuscite.”
Incominciò a correre e il cane con lei per il prato verde che pareva non aver fine e, mentre correva, rideva a piena gola. Rideva con la bocca, con gli occhi, con ogni centimetro di carne, con tutta la sua mutilata individualità.
Il cane la superò, saltò un tronco a terra e si girò, aspettandola. Lei si era fermata, ansante. Rideva ancora e mille farfalle uscivano dalla sua bocca, dai suoi occhi: i pensieri agonizzanti, i sogni smarriti, le aspettative tradite lasciavano il campo di una battaglia perduta e si trasformavano in palpitanti schegge di vita: la strada percorsa a tentoni, era punteggiata da ali tremule, in volo. Finalmente.

Matisse, Il lanciatore di coltelli
Esistono i lanciatori di coltelli, o almeno, esistevano. Dico esistevano, perché la mia esperienza del mondo circense risale a tanti, ma proprio tanti anni addietro e penso che le cose potrebbero essere cambiate.
Comunque, c’ erano gli artisti del lancio del coltello capaci di delimitare, lama dopo lama, il contorno della generalmente bella signorina, che se ne stava immobile, come stampata a far da sagoma per il lanciatore.
Ma esistono anche le lanciatrici di lumache: una sola su tutta quanta la terra, per quello che ne so, e vive proprio di fianco a me.
Torno a casa, dopo un pomeriggio in un Iper a caccia di generi destinati alla sopravvivenza alimentare della famiglia, scarico l’ auto, salgo le scale, apro la porta, appoggio le buste a terra, tolgo l’ allarme, incomincio ad aprire gli scuri, uno, due, tre, fino alla la portafinestra. Accompagno il battente fino al muro, l’ aggancio e l’ occhio mi va su un misero mucchietto di viscida poltiglia e guscio rotto.
Ancora, dico.
Di nuovo, mi ripeto.
Un’ altra lumaca vittima di una faida di confine di cui ignoro, da sempre, il motivo.
Mi pare di vedere la scena: casa chiusa, deduzione logica: non c’ è nessuno.
Lei, la lanciatrice furtiva, passo passo, trova una lumaca, neanche grossa, peccato.
Le fa: cosa ci stai a fare qui, fuori da casa mia! la prende, la guarda un momento, la lumaca s’ è tutta rintanata nel guscio, un tremito di antenne.
Ti faccio vedere, ti faccio!
E poiché a un quindici metri ci sta il muro della casa dei confinanti, va proprio sul limite, così è più vicina, il lancio sarà più potente e tira la lumaca, centra il muro, ovviamente, poi si gira senza sentire il lieve scricchiolio del guscio e senza vederlo cadere a terra proprio a fianco della portafinestra chiusa. Così imparano. Tutti quanti: le lumache a insidiare la sua insalata, i vicini a stare lì, proprio di fianco a lei. Gentaglia. Le hanno fatto notare che sarebbe il caso, che innaffiando, non tirasse acqua e fango sul tetto dell’ auto parcheggiata, sul cancello automatico del garage, sul bucato steso. Chi si credono d’ essere?
A casa mia faccio quel che mi pare.
Doveva essere andata così. La settimana prima si era prodotta in un altro lancio centrando la porta della cantina, sempre quando ero stata via tutto il pomeriggio.
Guardo ancora i resti sbrodolati della lumaca, guardo il muro schizzato. Non fa niente, pulisco.
D’ improvviso mi sale una gran rabbia. La sento arrivare dal fondo dello stomaco, dal lontano di cinque anni passati a chiedere, per favore, può badare a non bagnarmi il bucato? può, per cortesia, non buttarmi terra davanti al garage? Per favore. Per cortesia. Le spiacerebbe…?
Vedo, in un attimo, lumache e lumachine sacrificate, così, per un niente di ostilità, di ignoranza, di rabbia, di presunzione.
La lanciatrice è lì sdraiata nel suo giardino che si gode il sole, dopo la fatica.
Sento che la bocca mi si apre. Mi sento dire a voce a l t i s s i m a: Ehi, tu!
La voce supera la siepe, si schianta sul viso pallido e corrucciato dell’ artista. Che si guarda attorno, in un momento di panico. Fa per alzarsi dalla sdraio, ricade, punta i piedi, si tira su alla fine, si gira, grinta ostile in bella vista, e il moccio che era stata una lumaca la colpisce direttamente fra gli occhi. Sempre avuta una splendida mira, io.
Entro in casa. Dovrò mettere sale ai quattro angoli del giardino. Che Dio perdoni la superstizione.
Intanto metto i surgelati in frigo.
Intanto porto da mangiare alle tortore stremate dall’ inverno.
e al pettirosso che ormai si è talmente abituato a me che mentre gli sbriciolo il pane, mi saltella fra i piedi. Intanto.
E se mai ci sarà un’ altra lumaca spiaccicata, gliela farò ingoiare, fino all’ ultimo briciolo di guscio.
Giuro.
Ma adesso io, ecco, guarda, no dico, guarda bene mi prendo le mie…, come le hai chiamate? carabattole? Sì, carabattole. E me ne vado. Non c’ è bisogno che tu dica altro, che tu faccia altro. Vado via. Va bene così? Ti lascio casa libera e vorrei fare terra bruciata dietro di me. Perché questo è il disastro vero. Che anche quando sarò lontana, tu sarai con me. Tu, la tua presenza soffocante, il tuo amore, se amore è stato tutto questo.
Questo volermi tenere imbavagliata, legata alle tue aspettative, questo volere che io viva la tua vita senza nessun rispetto per la mia.
Perché anch’ io ho una mia idea di vita, sai?
E se le mie idee non corrispondono alle tue, non credo tu abbia il diritto di calpestarle.
Lo so. Lo so. Il dovere.
Ho il dovere di conformarmi. Lo hai sempre detto. Lo hai strillato da sempre.
No.
Ecco. Adesso te lo dico chiaro e tondo. Io non sto più a questo gioco.
Che cosa? Che cosa dici? Tu ti sei conformata sempre?
Mi spiace per te. Hai mai pensato d’ aver sbagliato?
No? Sicura? Sei sicura? Pensaci.
Non sbagliavi anche quando, così scontenta, ti rinchiudevi a riccio intorno alle tue convinzioni, nell’ alone giallognolo dell’ insoddisfazione, del timore del mondo reale, tutta tesa a dar corpo a infinite malinconie? A trasmettere infinite malinconie.
Guarda fuori: piove. E’ una giornata d’ autunno, è giusto che piova. Ma tu solo questo vedi, che piove. Non vedi i colori che son tutti una fiamma e ti aspetti che anch’ io veda sola l’ acqua che bagna il grigio.
Sai quante volte avrei voluto uscire con tuta e scarpe da ginnastica e il cappuccio ben stretto intorno al capo e allacciato intorno alla gola per andarmene sotto gli alberi con tutte le loro foglie dorate, giallo oro, rossastre, attaccate ancora con un filo di vita al ramo, così tremule e tenaci e camminare lontano dalle luci dei viali, lontano dalle vetrine dei negozi, e comprare al forno che sta là in fondo, verso la Madonnina, un pezzo di crescenta, magari una piadina, e mangiarla calda mentre mi pioveva addosso?
Il raffreddore, dici? Mi sarei presa il raffreddore. Forse. Può anche darsi di no.
Ecco, vedi: non posso più continuare ad aspettare la tegola che tu da sempre dici mi cadrà sulla testa. Se non farò la brava bambina coscienzosa. Ho camminato troppo a lungo a testa bassa, incassata fra le spalle, magre, sì lo so, ho le spalle magre, c’ è di peggio, e adesso non intendo continuare più.
No, non dire altro. Perché delle cose che forse non capisci, che di certo non condividi, sai vedere solo il lato negativo. Non ne hai il diritto, di spaventarmi. Di frastornarmi con quello che capiterà, potrebbe capitare, non si sa se capiterà, ma comunque bisogna comportarsi come si fosse sicuri che capiterà.
Che la maledetta tegola cadrà. Alla fine cadrà e mi centrerà in testa. Se non farò come dici tu. Se non sarò come sei tu.
Credimi, non posso continuare.
Non è una ribellione. Non temere. Non mi rivolto contro di te. Tu hai creduto di far bene. Ne sono certa. Ma mi hai distrutta. Quasi.
Io voglio uscire di qui con le mie carabattole e andare via, sì, lo so, là dove vado, non sarà tutto tranquillo.
Il pericolo? Forse.
La guerra? Forse.
Ma io devo andare e devo farlo adesso. No, non rimando. Non ho bisogno di pensarci ancora un po’ su. Laggiù la gente crepa ogni minuto. E io non posso perdere neanche un altro minuto.
Tu? Ah. Attenta. La stai mettendo sul ricatto. La stai mettendo ancora sul dovere. Il mio dovere verso di te. Ma tu non sei l’ ombelico del mondo.
Guarda, ti voglio bene, ma tu non sei l’ ombelico del mondo.
Con quello che hai fatto per me? Sono un’ ingrata?
Ecco, sì: dal tuo punto di vista. Senz’ altro sì. Ma è solo che nei miei panni, tu non vuoi metterti. So che è difficile. Per te è impossibile.
Io sono diversa da te. Accettalo. E’ un dato di fatto. Io devo sentirmi utile. Capisci? Utile. Concretamente.
Per questo vado. Non per ripicca. Non perché non ti voglia bene.
Ti sono grata per avermi permesso di nascere.
Ti chiedo solo di permettermi di vivere. A modo mio. Come mi sento di fare. Di lottare per quello in cui credo.E io credo in questa mia volontà di lasciare quello a cui tu hai sempre guardato come un modo sicuro di passare il tempo e di rischiare, sì, di rischiare questa tranquillità senza scosse per qualcosa che sento come meraviglioso. Aiutare a costruire, magari da zero, una possibilità di futuro laggiù, dove nessuno ha niente.
Il tuo dolore? No. Non parlare del tuo dolore. Della tua paura. Non soffocare questa cosa che mi spinge a partire, per andare a guardare fisso negli occhi la la miseria e la desolazione.
Hai voluto che facessi la volontaria per te, a tutto servizio, figlia e dama di compagnia. Sempre corretta, carina, disponibile, senza volontà propria. Lo sono stata tutto questo tempo. Ma adesso io vado. Sento che è giusto così. Per me. Vedi, non puoi costruire cancelli alti abbastanza per fermarmi. Il mio sogno è sempre stato questo.
Ecco. Sono pronta. Le mie carabattole sono tutte qui. Ho addosso i jeans. Ho in mano la mia sacca. E’ la mia divisa.
Come? Ah, ecco. Ma so anche questo. Non sono più giovane. Già.
Ho passato tanto di quel tempo qui con te, a cercare di adeguarmi al tuo stile di vita. Ci ho messo tanto di quel tempo a capire che non era giusto quello che mi stavi facendo.
Che non era giusto quello che mi stavo facendo.
Ma io adesso ho capito e me ne vado. D’ altra parte tu non puoi più fare niente per fermarmi.
Non puoi più piangere.
Strillare.
Farmi sentire in colpa.
Alla fin fine, ho fatto sempre quello che ti aspettavi facessi. Io sono a posto con me stessa. So d’ essere stata ricattata per tutto questo tempo. So di non avere avuto la forza di ribellarmi. Avrei dovuto. Trovarla, questa forza. Ma tant’ è. E’ andata così.
Adesso ti guardo in questa foto. Sei in posa. Elegante. Una signora. Lo sei sempre stata.
Lo eri anche nella bara, con il tuo bell’ abito di seta. Una signora.
Lo capisci adesso, là dove ti trovi, che mi devi lasciare andare? Che devi smetterla di sussurrarmi all’ orecchio le solite frasi, ormai vecchie e stantie?
Chi porterà fiori sulla tua tomba? ancora chiedi.
Smettila. Non ti sento.
Ecco, apro la porta, finalmente, sì lascio la tua foto qui, sulla consolle. Sì, chiudo bene la porta. Non ti preoccupare. I ladri non entreranno. D’ altra parte qui troverebbero solo, di prezioso, l’ odore dei miei anni spesi a modo tuo. Della mia giovinezza andata. Depredata? Il resto sono solo argenti e quadri e porcellane e mobili antichi. Che non contano. Hanno mai contato? Comunque io non starò qui, fedele e devota, a far la guardia al tuo mondo. Il tuo mondo. Non il mio.
L’ ascensore scende.
Consegno le chiavi al portiere.
Un attimo. E sono fuori. Sotto la pioggia.

Vladimir Kush, Heavenly Fruits
Sabato pomeriggio. Primavera. L’ aria è tiepida. Il sole già caldo.
Me ne sto fuori casa, nel quadrato di terra sul retro della villetta a schiera dove abito da quando io e Laura ci siamo sposati, saranno un nove anni, dandomi da fare con la falciatrice. Mi aspetta un monte di lavoro da fare. O almeno credo. Non che mi dispiaccia. Però penso a quanti fine settimana sacrificati ci vorranno a fare il lifting post invernale a quello sputo di verde. Risistemare tutto come piace a me, e a me piacciono le cose fatte con cura, proprio bene, se no non c’ è senso a farle, le cose. Tutto per potere alla fine sistemare tavolino, sedie e amaca in una cornice linda, ordinata, con il prato che doveva apparire come spazzolato, con i fiori nei vasi collocati con simmetria e la piccola aiuola a forma di O perfettamente delineata. Mi innervosisco al pensiero. Niente gite in bici per, diciamo, tre fine settimana. Chiuso in quei 70 metri e la schiena è già indolenzita. Si deve fare. Perciò l’ avrei fatto. So che per i mesi a venire avrei continuato a controllare che tutto fosse a posto. Avrei corretto eventuali sbavature, sforbiciato, potato, concimato. Non un hobby, ma una specie di condanna. O semplicemente una mania. Ognuno ha le sue, d’ altra parte.
C’ è di peggio comunque. E devo mettere in conto anche la soddisfazione che avrei provato a lavoro finito. Mi do dunque da fare. Me ne sto a falciare, quando mia moglie esce di casa, mi si avvicina. Spengo la falciatrice. Lei mi dice: “Ha telefonato Enzo.”
Enzo. Vecchio amico, ex compagno di scuola, rimasto vedevo un due mesi prima. Al funerale, quasi non l’ avevo riconosciuto, stravolto dal dolore com’ era. Povero Enzo.
“E…?” chiedo a mia moglie. Ha da sempre la caratteristica di far cadere una, due parole e poi zittirsi. Come in attesa dello stimolo a concludere il discorso con qualcosa di sensato.
“Ha chiesto se domani siamo a casa.”
“E….?”
“Gli ho detto di sì.”
Non dico “E…?”
Lei aggiunge ugualmente: “Ci viene a trovare. A pranzo.”
Perfetto. Enzo viene a trovarci. Domenica. E si porta appresso tutto il bagaglio del suo dolore, della sua solitudine, della sua paura,. Quel che ci vuole a inizio primavera. Le rondini tornano al nido appeso alla grondaia.
Sia chiaro. Mi era dispiaciuto per lui. Sapevo che era molto legato alla moglie. Sapevo che non avevano figli. Mi rendo conto che deve essere per lui un gran brutto momento. Ma è la vita che va così. Io non c’ entro. Non ne sono responsabile. Diciamo la verità, nel tempo, i legami s’ erano allentati fra noi, lavori diversi, interessi diversi, posizioni diverse. Più che altro erano rimaste amiche le mogli. Si vedevano, andavano a far spese insieme, si telefonavano, robe da donne. Ma io potevo stare lunghi periodi, senza neanche sentirlo, Enzo. Quasi da dimenticarmi che esistesse. E sarebbe venuto a casa mia l’ indomani.
L’ idea mi infastidisce. Avrei dovuto assumere un’ espressione dolente? Fare un viso da circostanza? Fare finta di niente e parlare del più e del meno? Di sport? Di politica? Che cosa può fregargli a uno con un peso così da portare, dello sport e della politica? Che poi sono sempre la stessa menata.
“Devo andare a fare un po’ di spesa.” Dice mia moglie. “Prendo la macchina.”
Se ne rientra in casa.
“Dici che faccio un arrosto domani?” è di nuovo sulla soglia.
“Sì. Perché no?”
“Non so. Potrei preparare gli involtini. Marta diceva che gli piacevano.”
E allora, no. Niente involtini. Ci manca solo che gli metti sotto il naso il piatto preferito, magari proprio come glielo faceva la moglie.
“Niente involtini.”
“Arrosto?”
“Arrosto.”
“Con le patate?”
“Con le patate.”
Se ne va. Sento il motore dell’ auto. Sento che si allontana. Riaccendo la falciatrice. Accidenti anche al povero Enzo. Devo andare al consorzio. Mi occorrono dei vasi e della terra. Voglio anche qualche pianta di gerani. Rossi. Mi infastidisce pensare a come sarà domani. Mi vergogno un po’ di sentirmi così maldisposto. Insensibile? Egoista? Ma no. Sono solo un uno come tanti: casa, lavoro, rogne fisse e rogne saltuarie, deluso un giorno sì e l’ altro pure, ansioso, puntiglioso, perfettino nelle mie cose, a proposito come faccio a andare al consorzio che la macchina l’ ha presa lei? La macchina da strapazzo, da spesa, da carico e scarico. Non posso certo andare a impilare sacchi di terra nel baule dell’ auto grande, quella “buona”. Porca miseria. Dovrò aspettare che ritorni, lei con l’ arrosto e le patate e tutto quanto il pranzo per il povero Enzo.
Domenica, sono le 12, 30 quando Enzo parcheggia la sua Fiat davanti al cancello di casa. Lo vedo dalla finestra della saletta. Parcheggiare con cura, spegnere il motore, cincischiare brevemente in zona cruscotto, scendere dall’ auto, darsi una lisciata ai risvolti della giacca, ma perché diavolo s’ è messo in completo blu, con tanto di cravatta e trench sul braccio? E’ domenica, il giorno benedetto dei jeans e della maglia sportiva. Lo vedo aprire lo sportello posteriore, infilarvi il braccio e ritirarlo con nella mano un gran mazzo di fiori, l’ omaggio per la padrona di casa. E’ un po’ più grigio, un po’ più stempiato, ma il passo è sicuro, il piglio deciso. Cosa mi aspettavo? L’ uomo che avevo visto al funerale, in peggio. Invece noto una certa ripresa. “Bene, mi dico. Sono contento per lui. Povero cristo.”
Apro la porta, sorrido, gli tendo la mano, arriva mia moglie, si tuffa nel mazzo di fiori, ringrazia, non ti dovevi disturbare, lei, è stato un piacere, lui, a me scappa anche una pacca sulla spalla. La tavola è apparecchiata, Laura ha tirato fuori il servizio buono, quello con i decori blu, i bicchieri azzurri, le posate nuove, c’ è profumo di arrosto nell’ aria. Offro un aperitivo, un’ acquetta leggera da supermercato, niente roba sofisticata. Laura tira fuori una coppetta di chips e una di olive. Beviamo, nessuno tocca le olive e le chips. Andiamo a tavola, parliamo divagando dalla politica, elezioni o non elezioni anticipate?, al buco dell’ ozono, ambientalisti sì, ambientalisti no. Le parole corrono veloci, i sorrisi si sprecano, il tono è leggero. Non ci sono i sospiri che temevo. Gli occhi bassi. Luccicanti. I ricordi. No. I ricordi no. Il cielo ci scampi dai ricordi. Alla frutta mi capita così, per caso, di pensare alla scuola, io e Enzo quando si andava a scuola, alle pirlate che facevamo, a dire la verità le pirlate le facevo io, lui mi veniva dietro da quel buon gregario che era. Non aveva iniziativa, questo era il suo difetto. Comunque si era amici. Scuoto la testa e, quando me ne accorgo, mi do del cretino. Offro da bere. No, grazie. Davvero. Senza complimenti. Arriva il caffè. Lo beviamo seduti nell’ angolo salotto. Io in poltrona. Enzo e Laura sul divano. Noto solo in quel momento che Laura è particolarmente carina, tirata a lucido, vanità di donna! Lui è rilassato. Beviamo il caffè. In silenzio. Penso: “E adesso? Che facciamo? ” Badassi a come mi sento, mi stenderei una mezz’ ora. Magari con Laura. Hanno finito il caffè, appoggiano le tazzine sul tavolino basso, Laura si china a sistemare la sua, ha una bella scollatura, mia moglie. Do un’ occhiata rapida e sbieca a Enzo, se mai mostra un barlume d’ interesse per le tette di mia moglie. Non noto niente. Ha lo sguardo educatamente assente. Li sento parlare, io mi astengo dalla conversazione. Parlano della prossima estate.
“Ma sì, è sempre la solita storia. Con Marco (sono io, Marco) che ha le ferie in agosto e così si va via quando si muovono tutti. Proprio tutti.” sottolinea Laura. “Si spende di più, si sta peggio. Ma non si può fare diversamente.” Enzo annuisce.
Ma cosa vuoi mai che gliene importi? Dei tuoi, nostri problemi da vacanzieri di massa? E poi la conosco a memoria la litania del “perché non puoi prendere le ferie in luglio?” Perché non posso. Ecco perché. Perché l’ ufficio chiude in agosto. Ecco perché. Quello che vorrei sapere invece è perché, stando così le cose, non ce ne rimaniamo a casa nostra. Invece ci imbranchiamo con gli altri milioni come noi e finiamo a sbranarci per il posto in aereo, per la sdraio al mare, per la fila dell’ ombrellone, sempre troppo lontana dal mare. Potremmo stare a casa. In fin dei conti non abbiamo bambini piccoli cui fare cambiare aria, portandoli dall’ inquinamento cittadino al sole a rischio di una qualunque spiaggia. Enzo comunque non ha progetti. Eh già. Lui e Marta andavano via giusto una settimana, dieci giorni al massimo, ogni anno un posto diverso, per svagarsi, per conoscere luoghi differenti, gente differente, costumi differenti. Ma adesso, così, da solo… Laura lo guarda comprensiva.
Una crocierina? Gli suggerisce. Si conoscono tante persone a bordo, e poi c’ è sempre qualche attività stimolante pensata dagli intrattenitori. Questo della crociera è un tarlo, un’ idea fissa di Laura. Sono anni ormai che spacca con la crociera in Grecia, in Norvegia o in Egitto non importa: basta che crociera sia. Non mi ci vedo su una nave, barca, tinozza per giorni e giorni a farmi intrattenere con l’ obbligo di dovermi divertire.
“Sì, una crociera. Ci dovrei pensare. Non è una cattiva idea. Magari una di quelle che ti portano in giro per il Mediterraneo… Sì.”
Ecco, Laura è raggiante. Ha trovato uno che condivide la sua idea. Si crea di colpo, quasi in modo istintivo, un clima di congiura fra i due e io, naturalmente, ne sono escluso. Laura si alza, va alla piccola scrivania, apre il cassetto centrale, ne estrae una manata di depliants. “Ecco, sono nuovi, di quest’ anno. Ho fatto un salto in agenzia l’ altro giorno. Così, sai, avevo due minuti liberi. Tanto per vedere, sentire i prezzi, le proposte…”
Mi guarda, di sfuggita. Le tirerei il collo. Lo sa bene come la penso, ma non demorde. Si mette d’ impegno a illustrare le possibilità: nomi di luoghi, date, prezzi volano nell’ aria, ognuno, a suo modo, prende vita e dà vita a un sogno. Mi pare. Quasi quasi quei due mi fanno tenerezza. Lei, con la sua voglia di andare e fingersi per una settimana una donna di mondo, lui con il suo bisogno di vivere ancora, nonostante tutto. Magari di prendersi una vacanza dal dolore, di staccare dal sentirsi solo. Tutti e due cercano una via di scampo. Io no. Non ce ne sono vie di scampo. Se ce ne sono non mi interessano. La vita ordinaria mi si addice, mi calza a pennello tutto il suo grigiume. Mi sento una nuvola nera che porta pioggia. Gonfia di aria. I due si sono fatti vicini sul divano, sfogliando gli opuscoli, immersi nei loro viaggi. Potrei accendere la televisione, non se ne accorgerebbero neanche. Mi trattiene l’ impressione che così facendo, mi escluderei automaticamente da loro in modo totale. Non mi garba, e non so perché, l’ intimità che si è creata fra di loro. So che sono sciocchezze, anche perché non sono geloso, mai stato geloso. Fisicamente. Ma qui, davanti a me, si sta mettendo in scena qualcosa di irritante e diverso: un’ alleanza di gusti, una ricerca di solidarietà, una connivenza. Per niente gradevole. Mi stanno venendo i nervi. Adesso vado a zappare in giardino. Ma sì. Fruscio di carta patinata.
Laura dice: “Sarà meglio che sistemi un po’. Scusa.” Si alza. Raccoglie tazzine, piattini, zuccheriera, va in cucina. Sculetta un po’? No, è solo un’ impressione.
” Mah…” fa Enzo. Lo guardo, interrogativo.
“Vedi, Laura è davvero tanto carina e gentile a mostrarmi tutto questo…, ” indica gli opuscoli con quanto contengono, “ma, sai, l’ idea di andarci mi angoscia. Starei tutto il tempo a pensare a quanto a Marta sarebbe piaciuto questo o quello o se magari non le sarebbe piaciuto. Mi sentirei ancora più solo in mezzo a tutta la gente che ci va per divertirsi, giovani e non. Non so se mi spiego.”
“Con il tempo…” incomincio a dire e mi sento incastrato in quello che avevo temuto sin dall’ inizio, ricordi rimpianti lamentazioni.
” …. passerà?” conclude Enzo.
“Magari non passerà. Si attenuerà.” dico io.
“Magari. Penso che sarà così. Diventerà un ricordo. Adesso è il presente. E’ la vita di ogni giorno. E’ sempre dentro di me. Con me.” Ha gli occhi stretti a fessura.
Fa’ che non pianga. Tento di dimostrarmi amichevole. “Ti capisco.”, faccio.
“Non credo”, dice lui, gentile ma categorico e ribadisce: “Non credo proprio. Ma non importa. Non ho la pretesa che gli altri si rendano conto davvero di quello che provo. Del come lo provo. Sai, dice, come cambiando discorso, l’ altro giorno ho incominciato a mettere mano nei suoi cassetti, per sistemare le cose e alla fine non ho sistemato proprio niente perché non mi va di mettere via le sue cose, mi sembrerebbe come di sfrattarla da casa sua e tu lo sai a come ci teneva a casa sua, insomma l’ altro giorno in un cassetto ho trovato una busta e dentro la busta c’ erano un paio di mutandine e un reggiseno di quelli tutti di pizzo e mi sono ricordato di quando li aveva comprati e me li aveva mostrati e mi aveva detto strizzando l’ occhio: li metto da parte, sono per un’ occasione speciale. Non li ha mai indossati, Non c’ è stata nessuna occasione speciale ed è stato senz’ altro per colpa mia. Solo le è capitato questo, d’ essere seduta a tavola con me, di dire mi sento male e due minuti dopo, due minuti, capisci, era finita. E non c’ è stato verso di farla tornare indietro, dovunque sia andata. Capisci.”
Si è alzato dal divano e mi sta di fronte, in piedi, grigio, quasi vecchio, disperato.
Si sta chiedendo: “Perché?”, e mi accorgo, stupefatto, che anch’ io mi domando: “Perché?” lo sto letteralmente urlando dentro di me. Arrabbiato. Incazzato. Colpito. Perché? E non mi basta il son cose che capitano. Tutti i momenti. A migliaia di persone.
“Andiamo un po’ fuori. ” Laura s’ è messa una giacchetta sulle spalle e ci indica la porta d’ ingresso. E’ seria. Dalla cucina arriva il ronzio della lavastoviglie. Usciamo nel giardinetto. Illustro a Enzo i lavori che devo fare. Lui dice che verrà una meraviglia. Parliamo del tempo. Alle 4 del pomeriggio Enzo se ne va. Lo salutiamo dal cancello, ciao, telefona, torna presto e cose simili.
“Devo portare fuori il pattume.” Dice Laura.
“Faccio io.”
“No. Devo finire di preparare il sacco.”
Entra in casa. Quando ne esce ha il sacco azzurro profumo limone in mano. Glielo tolgo e vado al cassonetto in fondo alla fila di villette. Nella trasparenza azzurrina della plastica galleggiano pagine patinate di navi da crociera. Butto via tutto. Spazzatura e sogni. Laura è sparita all’ interno. Sento chiudersi una persiana al piano superiore. Forse vuole riposare. Così non posso finire di falciare. Potrei svasare i gerani. A ben guardare potrei non fare un cazzo di niente. Anzi. Potrei incominciare a godermelo ’sto sputo di terra, invece che sentirmene schiavo. Vado in garage e ne riemergo con l’ amaca. La sistemo. Mi ci stendo sopra. Vedo il cielo. Nuvole come soffi d’ alito. A destra e a sinistra terra e erba fresca, nuova, appena nata, fra le primule rigorosamente rosa, è fiorito un piscialetto, ha un bellissimo colore giallo dorato.
Ragazzi, penso che lascerò che l’ erba cresca bella alta e grassa, che i piscialetto fioriscano fra le rose rosa, perché mi accorgo che alla fin fine non mi importa poi molto che tutto sia spazzolato simmetrico e in tinta. Tanto non voglio finire su Case e Giardini, ma solo cogliere gli attimi, tutti quanti, attimo per attimo. In ultimo sono tutti occasioni speciali.

E il cielo passava sul treno, instancabile.
Nel treno vivevamo vite serrate da alba a tramonto e giovinezze si strangolavano - fresche si riducevano a manciate di frammenti vetrosi e opachi -.
Vivevamo nel treno da infanzia a vecchiaia - se si era fortunati si arrivava a diventar vecchi o forse era quella la paura vera -
perché alcuni pensavano che era meglio andarsene prima, darci un taglio prima che tutto si sfacesse in manciate di cenere
le nostre vite sapevano di cenere, avevano il colore della cenere, così grigie, piatte, uniformi.
Ci mancava lo straordinario
- il colore dell’ aquilone sfuggito di mano, il filo penzolante nell’ aria, che volava sul vento e si perdeva lontano: irraggiungibile, perso… -
ci mancava lo scatto che permette la corsa
ci mancava la voglia dell’ andare per vie traverse dietro a quello che davvero eravamo
ci incontravamo, ci salutavamo, e il tempo scolpiva i giorni sulle nostre fronti
Il cielo ci passava sopra
e noi lì, nel treno….
Lo chiamavano “il treno”quel nostro lungo, lunghissimo rettangolo di cemento sporco, decrepito, ormai fatiscente con tanti piccoli alloggi, uno era il mio, tutti identici
come noi eravamo - uguali l’ uno all’ altro -,
come uguali erano i nostri passi su quel selciato smorto,
uguali i nostri giorni ,
un cruciverba ancora da fare, caselle da riempire con parole che avessero un senso
un enigma da risolvere
una definizione da trovare
E in tanta incertezza c’ era solo la sua finestra con le tende gialle e leggere e quel vaso di gerani rossi che lei teneva sul davanzale come a farci sperare. Che ci fosse dell’ altro.
Rosaria, occhi e capelli neri e luminosi, era venuta ad abitare al secondo piano, in un tre camere quasi nel centro del treno, con i genitori e il fratello Salvo. Anche loro, come tutti noi, venivano da un paesino del sud e speravano in una vita migliore, in un lavoro migliore, in cure migliori per la madre malata.
Rosaria ci era comparsa davanti, per la prima volta, una mattina presto, sulle scale, con un litro di latte in una mano e un grosso pezzo di pane nell’ altra. Con un bel sorriso sulla bocca, la frangetta che le accarezzava la fronte, il passo quasi danzante.
Noi, gli operai della fonderia, scendevamo per andare al lavoro. C’ era, ricordo, anche Max. E poi c’ erano Marco, Salvatore, Rocco… Max si fermò e si fece da parte per lasciarla passare. Si guardarono un attimo, ricordo. Lei sorrideva. Uscimmo nella mattina chiara.
Rosaria aveva diciassette anni, all’ epoca. Badava alla casa e alla madre. Il padre e il fratello lavoravano come meccanici. A soldi stavano meglio di tanti di noi. Potevano pagare il medico, non lasciavano i conti in sospeso alla bottega. Non gli tagliarono mai il gas.
Rosaria era alta e flessuosa. Sembrava - ed era, ne sono certo- morbida, come velluto.
C’ era poi il suo modo di andare, - l’ aria che le si muoveva intorno e che faceva pensare ai gelsomini -.
La sentii ridere la prima volta una sera, mentre smontavo dalla bicicletta sotto casa. Una delle sue finestre era proprio sopra la mia testa, due piani sopra. Era una primavera tiepida, i vetri erano aperti, e la risata di Rosaria scivolò lungo il muro, ballò su e giù dai davanzali, un’ armonia limpida di note. Alta, ricca, freschissima.
Mi accorsi che anche Max era arrivato e guardava all’ insù , verso la finestra aperta, gli occhi socchiusi. Mi fece un cenno, ricordo. Lo salutai.
Sognai Rosaria, quella notte. Per la prima volta.
Verso maggio, mise delle tendine gialle, leggere e iridescenti, parevano ali di farfalla, alla finestra della sua camera. E sul davanzale posò un vaso di gerani rossi.
Noi, i giovani del treno, guardavamo spesso a quelle tendine e a quei gerani, la sera, dal bar dove ci ritrovavamo dopo cena.
Tanto per far qualcosa.
Tanto per uscire.
Tanto per non stare a crollare di stanchezza davanti alla tv.
Stavamo a crollare di stanchezza al bar.
E l’ occhio scappava alla finestra di Rosaria. Ma nessuno di noi diceva una parola di lei. Ci provò Salvatore una volta. Non gli demmo corda. Il discorso cadde nel niente.
Rosaria dal passo danzante era una e dieci e cento. Una per ciascuno di noi, a secondo di quello che ciascuno di noi vedeva in lei. Credo.
Per me era l’ immagine della vita. Il cuore della vita. Lo scopo della vita.
Che cosa fosse per gli altri non sapevo.
Che cosa fosse per Max lo capii solo tempo dopo. Ma quella è stata una storia diversa. In un altro mondo.
La incontravo sempre di mattina presto, quando rientrava dalle prime commissioni. Sempre mi chiedevo come facesse a quell’ ora ad essere così fresca e in ordine, ad apparire radiosa, felice.
Felice. Pareva felice.
Spesso la rivedevo la sera quando rientravo. Lei stava sotto casa, abito di cotone, ad aspettare il fratello e il padre, a prendere un po’ d’ aria. Non sembrava che avesse voglia o fretta di fare amicizia con le ragazze o con noi.
Quando il padre e il fratello arrivavano, si girava veloce e saliva le scale a passo veloce. Una sera inciampò e cadde sui gradini. Si alzò subito. Zoppicò e si appoggiò alla ringhiera di ferro della scala.
Le chiesi: “Fatta male?”
” No, grazie.” Rispose. Rimase ferma, appoggiandosi su un solo piede.
” Bisogno d’ aiuto?” chiesi
” No. Credo di no. Passa subito.”
“Rosaria…” suo padre era subito dietro di me. Mi feci da parte. La vidi sparire dentro casa al braccio del padre.
Non è che fossimo curiosi di sapere di lei.
Che cosa facesse esattamente tutto il giorno, per esempio.
Avremmo forse voluto sapere che sogni aveva, per esempio.
Che ne avesse lo si capiva. Non poteva essere diversamente.
Ne avevo viste tante di persone che avevano perso i sogni per via ed avevano tutte la stessa faccia, lo stesso sguardo, opaco.
Lei invece era piena di sogni. Quali che fossero, le davano colore e profumo.
Non è che fossimo curiosi di sapere di lei.
Ci sarebbe solo piaciuto conoscere qualcosa di lei.
Forse solo per sognarla meglio. Credo che tutti la sognassimo.
Presi ad andare a messa la domenica, la messa delle otto, quella delle vecchie del treno che andavano in chiesa presto, tanto in casa tutti dormivano e loro, sveglie dalle sei, non potevano far niente, per non svegliare figli e nipoti che, quel giorno, volevano dormire fino a tardi.
Si ritrovavano in chiesa, assistevano alla messa e poi, finita la funzione, si fermavano sul sagrato a scambiar due chiacchiere. Così si facevano le nove.
Presi ad andare alla messa delle otto, giusto per vedere Rosaria, unica giovane in quel mare di volti avvizziti, grigi e stanchi. Mi mettevo in fondo. Vedevo la sua schiena dritta, i suoi capelli lisci.
Mi ritrovai a pregare. Dio, ti prego, …
Aspettavo che uscisse. Facevo in modo d’ intercettarla sulla porta. Ci salutavamo. A lunghe falcate attraversava il sagrato, salutava le vecchie e spariva all’ interno del treno. Poco dopo, si aprivano gli scuri della sua finestra, e lei ritirava il geranio per liberare il davanzale e poter mettere all’ aria le lenzuola. Braccia piene e luminose.
Guardavo in su, cercavo i suoi occhi. Mi vedeva. Faceva un saluto veloce con la mano.
Quella domenica, trovai Max davanti al treno. Aspettava, disse, un amico. Con l’ auto. Per una gita a Cesenatico. Anche lui alzò gli occhi quando Rosaria aprì la finestra. Lei sorrise, a tutti e due. Ma guardò Max.
Non so come accadde. So che fra tutti noi del treno, Rosaria scelse Max. Alto, dinoccolato, occhi azzurri, sigaretta fra le labbra, di poche parole. Un musone, quasi. Che non amava ridere, scherzare, giocare a biliardo. Con lo sguardo un po’ perso, dove non si capiva. Max che lavorava in fonderia di giorno e di notte riempiva di parole certi quaderni neri con l’ orlo rosso. Li teneva impilati su una mensola della camera da letto. Non ne parlava mai. Noi lo sapevamo perché sua madre lo aveva detto alla fornaia. La voce s’ era sparsa, fra una pagnotta e un filone.
Max scriveva. Di che cosa? E che cosa diceva poi? Me l’ ero chiesto spesso. Quello che mi colpiva di più era il fatto che riuscisse a scrivere di qualunque cosa scrivesse, vivendo la vita che viveva.
Così sacrificata. Una vita stretta.
Così qualunque. Niente di straordinario a movimentarla.
Così uguale, un giorno come l’ altro. Sempre la stessa.
Che cosa poteva mai mettere sulla carta?
Forse solo il desiderio di essere altrove. Di essere un altro.
Rosaria s’ innamorò di lui e lui di lei.
Si sposarono. Ci fu festa grande quel giorno.
Rimasero a viverci, nel treno. Ci fecero due figli. Non so se ci stanno ancora.
Non lo so, perché, ad un certo punto, io me ne andai. Tornai al paese da dove ero partito, un ragazzo appena, in cerca di fortuna. Tornai a ritrovare il profumo degli agrumeti e il sapore del mare. Almeno quelli.
Da molto tempo non sogno più Rosaria. Ma ancora mi torna alla mente e la rivedo lì, sulla soglia, sorridente. Un’ apparizione che non vuole diventare ricordo.
So che Max continuò a scrivere quei suoi quaderni, la notte. E adesso so di che cosa scriveva, perché ne hanno fatto un libro, alla fine, delle sue carte.
Il libro incomincia così: Il cielo passava sul treno, instancabile…