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Giardini d' incanto

UtenteMessaggio

21:55
26 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto di "scelta". Dell' analisi di sé, del porre in discussione la propria vita, per arrivare, appunto, alla scelta che privilegia quello che di positivo la vita ha ancora da offrire, pur riconoscendo nei palpiti di un nuovo sentimento, una possibilità di svolta, quasi una via di fuga o di completamento tardivo, cui Marta consapevolmente rinuncia.

Un buon racconto, una buona delineazione della protagonista, che si narra senza cedimenti, motivandosi con forza e determinata volontà.

dmk

19:11
1 luglio 2009


fernirosso

Ospite

penso…che i pensieri siano la cosa più fatale che ci si inoculi. Anche senza vedere, a volte, qualcuno o qualcosa, ci perdiamo non tanto in quella cosa o persona, ma nei nostri vaneggiamenti, i sogni che ci costruiamo ad occhi aperti per…scappare da noi stessi, l'unica persona che, pare, abbiamo difficoltà a sognare ed amare, ma anche solo ad incontrare. Personalmente è questo, penso, che, la trama e l'ordito di questo racconto vogliono farci cogliere, sotto la storia che ci si profila davanti tratteggiando qualcosa che vorrebbe fare credere anche a noi. Un teatro di ombre sulle ombre insomma, passate per cose …che hanno un corpo reale, o un reame, in cui credere ancora. grazie.fermi

PS: come mai l'autore/autrice ha deciso di scrivere solo qui? Preferirei, se decidesse, che inviasse come richiesto anche all'altro sito, a meno che non abbia in contrario qualcosa.Grazie.f

22:14
1 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

e allora, non un racconto di scelta, ma un racconta di fuga da se stessi, nella proiezione di quella realtà che si vorrebbe, in un' altra dimensione fuori dal qui ed ora, in quell' altrove dove si consolida il respiro di ciò che sogniamo … 

Ferni, mi è stato chiesto di postare qui il racconto e mi è stato raccomandato di dirti, nel caso tu avessi espresso il desiderio che comparisse anche nel sito promotore dell' iniziativa, che l' autore sarebbe stato lieto di vederlo in quella sede.

Se ti sta bene te lo spedisco in allegato formato .rtf 

dmk

09:27
2 luglio 2009


stella

Ospite

Che tenerezza questa Marta che rinuncia all'amore della vita.

Io però preferisco pensare che non sia una rinuncia ma una scelta.

La scelta di non "sporcare" in alcun modo questo sentimento tardivo.

E poi perchè tardivo?

E' bellissimo essere innamorati a tutte le età.

Fortunato chi prova questo sentimento.

Credo sia più importante la sensazione dell'innamoramento più che l'oggetto in sè.  

Forse può essere frustrante viverlo nell'ombra ma almeno non subirà il deterioramento della quotidianità.

Comunque bellissimo racconto , complimenti all'aut-ore/rice ………viene quasi voglia di essere in quel giardino e asciugare quelle lacrime.Wink

13:14
5 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 4 da Fernirosso Weblog: All' improvviso

 

Capitò all' improvviso.

Fissava il muro della casa di fronte, con tutte le sue finestre illuminate nel buio, il muro sporco, graffiato dal tempo che da sempre gli chiudeva ogni possibilità di orizzonte, mentre, in sottofondo la voce di lei continuava monotona a elencare le cose che non andavano, quelle che si erano guastate e non funzionavano più, quando accadde.

D' improvviso il muro scomparve e al suo posto apparvero cime di alberi  lievemente oscillanti nell' aria della sera.. Guardò in giù, nella strada e la strada trafficata e impestata dai gas di scarico, era anch' essa scomparsa: al suo posto gli alberi, pini e larici, affondavano le radici in un prato amplissimo.

Sentiva il profumo della resina arrivare fino a lui. Se ne riempì la bocca, la gola, i polmoni.

I rami frusciavano, uno era abbastanza lungo da arrivare al balcone dove lui stava in piedi, appoggiato al parapetto, fra le scope, gli spazzoni, gli stracci che lei usava per pulire le scale della casa. Portiere tuttofare lui, donna delle pulizie lei. Una vita da niente. Con sempre quel muro davanti. E, da un po', anche fra loro. Ogni giorno, ogni ora, ogni attimo.

Ma adesso non aveva importanza. La voce di lei si era zittita o, in ogni caso, lui non sentiva più niente.

I rimproveri erano come caduti in uno sprofondo lontano. Le lamentele rimbalzavano mute, senza colpirlo, non più.

Un gufo fece il suo verso e fu come il segnale che fece aprire una finestra nel  fondo lontano, dove il cielo scuro  ebbe un sussulto e incominciò a cantare, melodie di un' orchestra invisibile, di corpi celesti in giri armonici di danza.

Non era vero, lo sapeva e non era vero perché non poteva essere vero. Chiuse gli occhi, li riaprì, sbatté le palpebre, non servì a niente. Quello che aveva finito per pensare come un fondale, non mutò.

Guardò in giù, di nuovo.

Era tutto tanto tranquillo, tanto bello, da togliere il fiato. Desiderò di non muoversi più da lì. Restarci per il resto della vita che restava. Pensava che quando avesse fatto giorno avrebbe potuto distinguere ogni particolare del giardino incantato, pensò che, se solo ci fosse stata una capanna, tronchi sconnessi messi assieme alla peggio, sarebbe sceso, in qualche modo, di ramo in ramo fino al prato e si sarebbe sistemato lì: lui, i capelli come erbe intrecciate, le braccia corteccia profumata, confuso nel verde.

Ci fu un tuono lontano, un brontolio, un lampo improvviso illuminò a giorno il giardino.

Vide per un attimo fino al limite estremo, scoprì la linea dell' orizzonte, infinita, oltre la quale c' era tutto. Tutto. Il passato, il presente, il futuro, l' amaro della vita, le delusioni, gli errori, i rimpianti per ciò che, non fatto, mai sarebbe stato fatto, le speranze, i non sogni sognati, i sogni non sognati, i desideri, la rabbia e il pianto e poi ogni singolo minimo momento in cui aveva sentito la vita gonfiarsi nella vena.

Ed allora si girò, dando le spalle al giardino, verso l' interno della stanza. Lei era ancora lì e stirava. Era notte e lei stirava. Era notte e lui sognava.

Pian piano entrò, chiuse i vetri della portafinestra e vide che fuori, il muro scrostato era di nuovo al suo posto, come se mai si fosse mosso.

Sorrise. Fece scendere la tapparella. Chiudendo la notte fuori.

dmk

19:31
5 luglio 2009


Elina

Ospite

come tutto può cambiare se sappiamo attraversare quel muro
il muro che ci separa, che si frappone tra noi e l'altro, tra una monotona e dolorosa esistenza e una incantevole e breve visione
si può restare in casa ed evadere, viaggiare con gli occhi pregni di colori,
capita all'improvviso
un racconto che vola e fa volare per un attimo e ti lascia poi un sorriso
un grazie all'autore, Elina

20:26
5 luglio 2009


fernirosso

Ospite

oggi, non riuscivo a stare in me e contemporaneamente non riuscivo a starmene ferma a guardare il giardino che mi sta davanti. Capita, a volte, che ci sia necessità di altri varchi. Questo è uno di quelli, in cui la chiave sei tu, e ti aiuta a diminuirti, a moderare il peso che ti compone o forse meglio ti scompone. Grazie anche da parte mia all’autore o autrice.ferni

20:39
5 luglio 2009


Rose

Ospite

Scritto molto bene, con alcuni passaggi davvero evocativi. Grazie.

Quello della moglie brontolona è forse un cliché un po' abusato … non credo agli uomini vittime del matrimonio. Il matrimonio si fa in due, nel bene e nel male.

Speriamo che anche lei riesca a varcare quel muro ogni tanto, invece di stare a stirare nel cuore della notte. Frown Wink

21:52
5 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

molti sono i muri che ci circoscrivono e precludono, abbatterli o, come scrive Ferni, aprire un varco, è a volte un' esigenza cui la mente risponde d' istinto e "all' improvviso". Anche da me grazie all' autore-trice. 

dmk

14:50
6 luglio 2009


stella

Ospite

Pian piano entrò, chiuse i vetri della portafinestra e vide che fuori, il muro scrostato era di nuovo al suo posto, come se mai si fosse mosso.

Sorrise. Fece scendere la tapparella. Chiudendo la notte fuori.

Ed allora si girò, dando le spalle al giardino, verso l' interno della stanza. Lei era ancora lì e stirava. Era notte e lei stirava. Era notte e lui sognava.

Confused…….. a questo punto basta sognare. Nel momento in cui percepisci un altro giardino al di là del muro abbatti quella parete grigia.

Forse non sarà cosi' bello come nel sogno ma sarà comunque qualcosa di diverso e di nuovo.

Una nuova vita forse non migliore , forse peggiore………..forse!!!

Tuttti e due dovrebbero fuggire da quella situazione "grigia", non si conoscono più , non sanno più chi sono, una brontola per rimarcare la sua esistenza , l'altro non l'ascolta punto.

E' bello sognare ma è meglio prendere in mano i fili della propria vita.

Mi è piaciuto questo racconto, già letto, che volendo , induce a migliaia di riflessioni.

Chiaro, sintentico non si perde in geroglifici inutili.

 P.S. a quando le firme, con dedica degli autori/ci????Laugh 

15:01
8 luglio 2009


Manfredi

Ospite

il muro del quotidiano si sfonda ed emerge la visione di un interiore richiamo alla pace con se stessi, alla quiete e completezza che solo il grembo di madre natura pare poter concedere… suggestivo percorso per una pausa per riprendere fiato.

00:05
10 luglio 2009


fernirosso

Ospite

Sono usciti altri racconti.Lascio il link in cui trovarli tutti:

http://fernirosso.wordpress.co…..-dincanto/

Ricordo che chi volesse inviarne altri potrebbe farlo usando il seguente indirizzo:

[email protected]

Ringraziando tutti coloro che hanno partecipato sino ad oggi.ferni

14:32
10 luglio 2009


Manfredi

Ospite

vado a vedere – leggere

quelli che ho letto qui mi sono piaciuti molto, un' esperienza interessante, risultato di un' iniziativa suggestiva. Grazie, ferni

15:21
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 5 da Fernirosso Weblog: La magnolia

Ho abitato per tre anni un piccolo trilocale all'interno di una ordinata residenza.

Un ampio balcone, al mattino ricolmo di sole, abbracciava soggiorno e cucina rendendo le stanze assai luminose.

Mi piaceva sostarvi oppure affacciarmi e far vagare lo sguardo.

Dal terzo piano dove abitavo scorgevo nitidamente, a poca distanza, una villa antica con ampio giardino.

Vi erano alberi di media grandezza con foglie sempreverdi, ciotole straripanti di violette.

Nella zona più ombreggiata stava una magnolia con ampia chioma verde scuro.

Il giardiniere della villa, in primavera inoltrata, rendeva umido con maggiore frequenza quel territorio verdeggiante e così mi giungeva, come in soffio, un alito fresco e profumato.

Spesso mi ritrovavo a bruciare il latte sul fornello intenta ad osservare quella cura giornaliera, attenta e prodigiosa.

Un giorno la magnolia, nonostante avesse prodotto i suoi fiori di colore bianco, si trasformò ai miei occhi in un nodoso ulivo garganico.

Cominciai allora ad interrogare l'albero della mia infanzia per avere risposte ai diversi stati d'animo.

Mi scorrevano davanti i bruni volti dei montanari, il loro sguardo indagatore, lampeggiante,

a volte, invece, mi faceva allegra compagnia il riso delle donne sempre pronte a notare le cose ridicole.

Poi si presentavano i colori brillanti della memoria, il rosso di una gonna ampia, il giallo di un grembiule da cucina, il nero dello scialle stretto alle spalle per andare alla Messa.

Spesso i ricordi mi sorprendevano, non erano tutti miei, allora li scacciavo inutilmente quasi fossero mosche fastidiose.

Un giorno mi arresi ad essi e mi trovai vestita di un rassicurante silenzio.

Quando decisi di far ritorno nella mia terra e di lasciare quella casa, abitata da tante radicate presenze, diedi un'ultima occhiata all'ulivo.

Di colpo era tornato ad essere una lussureggiante magnolia.

dmk

15:22
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

il trasferire la propria memoria e i simboli dei ricordi – l' ulivo – anche in luoghi lontani e mai scordati, è reso qui con grande immediatezza e delicatezza di scrittura. E' davvero grande la capacità della mente e del cuore di tra-piantare e re-invasare la propria interiorità! 

dmk

15:24
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 6 da Fernirosso Weblog: Di una storia fuori traccia

Stavo lì da qualche ora e non mi decidevo ad andarmene, non riuscivo a procedere. Più si aprivano i risvolti immersi in quella storia e più si frammentavano le voci e i percorsi, fino a contorcersi, ritorcersi su se stessi e sull'inizio. Quello che, almeno, pensavo lo fosse.

Stavo distesa  per terra, quasi a cercare tra l'erba che qualcosa sbucasse da lì sotto. Da un momento all'altro mi pareva si dovessero sentire voci, schiamazzi, urla, passi che si affrettavano. Mi rendevo conto che tutto, tutto quello che stavo vedendo, in realtà, lo stavo vivendo. C'erano parole che sbucavano dovunque dall'impronta del piede al palmo della mano, dalla nuvoletta del respiro e mi sembrava che tutto volesse velocemente sfuggirmi, scappare. Non c'erano pareti a contenere quelle storie e le parole per dirle, non c'erano testimoni se non quelli che la mia mente mi mostrava uno ad uno davanti a me come mille altre volte è accaduto.

Dovevo trovare qualcosa per legarle,  per ricostituirle. Le parole come famiglia, casa, ricordi, rispetto, fedeltà, erano state visibilmente masticate, sbranate, tirate, sommerse da escrementi animali di ogni genere. Stavano scritte su molti documenti rinvenuti nella cassa sepolta in mezzo al comune,  paese disabitato, confinato ai limiti di una provincia di cui non serve sapere il nome, si somigliano tutti. Era chiaro in ogni caso che quelle carte, quegli avanzi, per essere precisi, dovevano essere stati requisiti da molte case, da molti uffici  e archivi, ma già disastrati, compromessi fino a sembrare altro, altri testi o tesi.

Migliaia e miglia, i delta della storia, quella appena trascorsa, ancora calda di eventi, scaraventati dentro un buco freddo del pavimento e, qui e là, anche nel giardino circostante il comune. E, qualcosa, sembrava segnalare che c'era molto, intorno a quel luogo, che aveva a che fare con quella cassa e con altro ancora.

Le case, la gente, le persone, non erano poi così vicine come sembravano. Tra un vicino e l'altro c'erano orari e dispetti,  spesso un reciproco occhio per occhio e dente per dente a far perdere le tracce di una vicinanza visibile solo catastalmente. Le persone non si salutavano se non a grugniti e, solo di rado e per eventi luttuosi, fingevano un volto più tetro del solito. Parole come accettate e lingua come lanciaingiurie. Avessero tutti lavorato in miniera avrebbero fatto più trafori di quelli già eseguiti tra la Francia e la Germania. E non sarebbe bastato, si sarebbe trovato altro greggio, o grezzo sproloquio per aumentare la dose di antipatia da rovesciare addosso un po' a chiunque passasse a tiro di lingua. Colpire e ritrarre la mano, la parola, in una falsa rappresentazione da inscenare in ogni relazione montata sui saldi,  picchetti delle chiacchiere e della maldicenza. Si era arrivati, dicono, addirittura al punto di portare a casa tanta melma, racimolata in giro e tu, della stessa costituzione,  non sapevi più dove stiparla. Non  c'erano e non ci sono sottoscala o disbrighi capaci di contenere quel marcio da compostaggio. Ci provi con lo scaricabarile, ma. Non basta. Non basta mai. Così te lo sistemi in corpo e inizi quel percorso verso una obesità congiunta ad anoressia e autismo tipico degli adulti che dicono di non avere niente e sono sempre sul punto di fucilarsi o di ammazzare un altro per ritardare la propria esecuzione. Anche le pagine dei giornali vanno bene per riciclare qualcosa, i talk show e qualche telegiornale. Non mancano mai fatti efferati in cui far scivolare un po' della melma altrui. Basta mischiarlo due o tre volte, una per ogni uscita del flash di agenzia e capita che si rischi di ripulire un po' di quella fognatura venuta a cielo aperto a casa tua e ora, come per miracolo, questo è uno dei casi in cui il miracolo esiste davvero nella pratica , soprattutto politica, appartiene ad un altro, tanto, nel mucchio, quello  non fa caso. Basta buttarne tanta di roba, più si riesce a farne stare e franare addosso all'altro e meno si vede la manovra. Sembra che tutto si faccia buio e, al buio, si manovra ancora meglio. Si possono incorporare altri percorsi e il guazzabuglio incrementa la scrittura, il baratto di ogni atto. Tu dai a me se io do a te. Insomma, alla  fine è come restaurare quei rapporti di buon vicinato che si erano perduti e da cui tutto era nato solo al contrario. Ora non c'è più rischio,  il rischio di essere visti, né di vedersi.  Ora è come se le barriere che si vedevano prima fossero state abbattute. Non servono attrezzi per  allontanare l'altro e nella distanza si scopre di essere della stessa sostanza:  mediocrità della vita fatta di parate. E' come se lo sporco intorno e dentro fosse stato ripulito da una specie di vuoto che sostanzia tutto, pervade e invade tutte le cose, le case, le strade, gli uffici. Tutto si è fatto di un nero uniforme. Nero, più visibile di prima, perchè nero lo era già, ma non ancora percepibile, palpabile.

Bisognerebbe filmare queste scoperte, avere un telo grande abbastanza per deporvi quelle luci di parole impresse dall'inchiostro, nero sul nero a proposito del nero,  e stare tutti lì in ascolto, se mai ne uscisse qualche nuovo condotto, qualche nuova regimentata parola straordinaria da distribuire in diretta, mentre si esegue la delazione di ciò che non è più noi, io, lui.  Solo vuoto: un nero totale vuoto, dove si è già usciti di scena.

E si era fatta notte. Dentro il giardino nemmeno un'anima.  Nemmeno la mia!

dmk

15:26
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 7 da Fernirosso Weblog: Inganni

-Ci sono donne che conoscono l'autunno al  primo manifestarsi: l'aria fresca, foglie che volano in planate tenui al terreno…abitini da acquistare all'ultimo momento perché, si sa, le vecchie stoffe  non rigenerano l'anima seccata al sole estivo.
La stessa dei miei giorni contrari. Colore che rende misteriosi i loro abituali nascondigli all'occhio di desideranti aspettative…atteggiamenti, posture, curve da seguire con le dita della mente, non importa se  da altri decise. Quello che importa è colmarne la vista, gratuitamente, sentendosene appagate. A volte, vien voglia di vedere queste donne ricoperte di foglie, le stesse che cadono dando pensieri malinconici a chi le calpesta indifferente. Spoglie di tutto, queste donne, nelle loro tonalità spente, cercando una luce che magari non sia di lanterna notturna ma luccichio silenzioso, feroce ed intestardito nell'animo, senza urlo. All'inizio di ottobre, urlare non è permesso: così ci raccontano le stagioni. Ci sono stagioni che mentono, altre disorientano. Altre ancora fanno male, con i loro monti bruciati ed azzurrognoli, le loro pietre immobili a delimitare cieli e nuvole ed ancora, violenti rumori di temporale su mare cinereo, rabbioso, eterno. Perchè non sono come queste donne? Perché mi sento foglia secca, falena bruciata da luce d'inganno, nocciolo denso, nodo non sciolto…nemmeno da mani sapienti e braccia d'alberi che ora rinfrescano questo corpo!

- E' il tutto che pensa, Anna, ora che cammina nella stradina che come lingua  si srotola dall'edificio al bosco. Parla a voce alta, Anna, attorcigliandosi addosso il maglione che le ho appena  dato. Tremava tutta, dopo essere corsa via dall'ospedale: non avevamo neanche finito il solito incontro mensile che l'ho vista volar via dalla sedia ed andare, spalancando porte e scivolando leggera sui gradini, verso il parco. -

-Un odore strano, diverso da quello particolare e pregnante degli altri reparti: aggressivo, rumoroso, in quell'andito largo! Perché oggi mi ha voluta incontrare qui?
Mi viene vicina una bambina di tredici, forse quattordici anni, sembra straniera. Assente, totale assenza sul viso, solo gli occhi fissi che mi guardano, grandi, belli. Le stringo la mano e le faccio una carezza. Niente. Non mi fa passare.
Arriva un ragazzo un po' più grande, al contrario è lui a tendermi le mani, mi dice ciao.
La dottoressa mi chiama – "dai, andiamo, stai tranquilla".- Io sono tranquilla, ma è lui che non vuole lasciarmi la mano. Entriamo in una stanza, chiude a chiave. Anche prima, quando guardavo negli occhi quella bimba, ho sentito il rumore della serratura. Porta chiusa. Siamo in psichiatria.
Chiacchiero, chiacchiero molto, accentuo il mio solito gesticolare. So che lei lo nota ed infatti ce lo diciamo, sorridendo. Schizofrenica… ecco come mi sento, ma non è quello.
Solo nervosa, non ho mangiato niente tutto il giorno. Stanca, sudata,  piena di lividi, fuori e dentro. E' un periodo in cui l'altalena non sale, rimane ancorata al terreno come filo a piombo, come panico che mi blocca: non mi fa respirare, mi ritrovo sola, immobile nell'angoscia.
Non riesco a far nulla, quando sono così. Non varco neanche la soglia della camera, non so spostare un cuscino da un lato all'altro del divano. Ma cosa sto facendo? Parlo da sola! No, lei è davanti a me, sento le sue parole, quasi mi accarezza con la voce..
-Troppi carichi sulle spalle, cara mia, troppi. Stai pasticciando  anche coi farmaci!
Devi darmi ascolto, devi fare quello che dico io.-
Ora, qui, sto tremando. Nell'andito grande no, perché non mi ha lasciata star lì?
Avrei potuto coccolarmi la bimba, in attesa che mi dicesse una parola, che smuovesse un filino del suo viso, le avrei fatto la treccia sui capelli raccolti in malo modo, l'avrei fatta ancora più bella!
Ed il ragazzo…alto, chiaro che mi stringeva la mano senza lasciarla.
Sarei scappata ? Avrei rotto la serratura, questo si, ma non so se stando dentro o fuori…

-  Ora la seguo e ne ascolto il gomitolo di parole che le sfugge, tra un passo e l'altro, lungo il sentiero…Lo so, ho sbagliato a farla venire qui, me ne rendo conto solo ora: stupidamente mi sono dimenticata di quanto Anna sia carta assorbente ma…sottile, trasparente e ruvida. Riuscirò a rimediare al mio sbaglio? Riuscirà a perdonarmi, questa donna dalle ginocchia sbucciate, dai graffi nell'animo? -
La sento dietro di me, mi segue tranquilla, ho il suo sguardo inchiodato al corpo. Avrà capito, ora, che voglio aria che mi scompigli pensieri e non altri muri  intorno?  Avrà sentito l'odore di animale braccato che mi porto addosso e dentro la borsa, a proteggere bottigliette conservate in anni di luce accecante ed accecata? Mi fermo, ad occhi chiusi, sento il calpestare ritmato dei passi…percepisco la sua incerta voglia di abbracciarmi. Ho bisogno di abbracci.
Mi fermo, si, l'aspetto.

dmk

15:28
10 luglio 2009


admin

Amministratore

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Racconto N. 8 da Fernirosso Weblog: Dove vive ancora Amleto

- Il mondo mi aspettava, ora lo so. Ci aspetta tutti. Uno ad uno. E prepara tutto in modo preciso. Preciso. Le parole, le semina per terra, perchè dai piedi salgano la via maestra e fioriscano in noi  il nostro albero di piume.  Alla stagione giusta. Non una foglia o un frutto prima dell'ora segnata. Non un anello prima che il tempo  suoni il suo preciso tempo. Preciso perchè la linfa scatti, all'anello seguente. -

Aveva iniziato a spiegare  questa prima visione del dramma e sentivo qualcosa maturare imprevista, in me. C'era una voce che mi soffiava in petto un peso e diceva, diceva, senza che potessi fermarla.

- Sono disperse, le parole, e solo a noi, ciascuno le proprie , si renderanno visibili, leggibili. E  servirà tempo, altro tempo per farle inturgidire , come seni da latte, perchè nutrano chi le ha succhiate da dentro, lontano, nella terra, dalla  madre, prima che noi, indifferenti a quel liquido, le inghiottissimo avidamente. -

Una specie di onda, o semplicemente un beccheggiare dell'animo. Sentivo, in quel varco del giardino, prima di salire la scala, che c'era qualcosa  e spingeva all'evoluzione della storia o della tragedia.  La mia, solo la mia. Una strenua  lotta che mi affascinava, che mi coinvolgeva fino a non potermi più isolare. Era il potere, quello che avevo cercato di dimenticare sempre, e mi riaffiorava alla mente Amleto, anzi, qualcosa certamente di minore ma anch'esso " un amleto", pronto ad uccidere la sua storia personale, se stesso dunque, e suo padre e tutta la famiglia, per impalmare lei, la parola, arrivata da lontano, ofelia pronta  a impazzire e l'altra, la madre, la parola antica, arcaica, già deflorata, che si lascia adescare dall'assassino.  Il racconto dei secoli, nei secoli del tempo  in una strategia di rinviati processi e silenzi.  Una storia che non ha sangue evidente che scorre, con  personaggi  incorniciati da funzioni ormai consuete: l'immaginario collettivo. Ma c'erano corde a forma di cappio e nodi scorsoi.

Hanno comportamenti strani, gli uomini, anzi gli amleto. Non sono eroi, non hanno cornice. Li si può riconoscere sotto l'aspetto di cui ciascuno, per sua fortuna, partecipa da quel se stesso, che nessun altro vede, a quel  sé dell'altro, facendo emergere quel nostro buio,  quello prematuramente esiliato, senza il quale la tragedia non può esistere.

- Raccontare  qualcosa che ci riguarda, riguarda noi, il tempo che stiamo vivendo, il nostro tempo. Fragilità e inganno, la debolezza di nasconderci, nascondere la paura in un calcolo impulsivo, che ci svela, ci denuda davanti agli altri, perchè più tentiamo di indossare l'abito di eroe e più si palesa la nostra estrema irrealtà… -

Continuava a parlare, a dire e dire senza darmi sosta.Quella voce era senz'altro la follia che si faceva strada, in un delirio di immagini e figure, che mi premevano il corpo, si addossavano all'arco della gola per uscire, farsi parola, storia.

- …L'estremità della sensibilità è la mano di  Amleto, che giura la sua idea e spergiura qualunque verità di cui si fa testimone attraverso un massacro. Compromette il  confine. Il suo conflitto è un acquitrino. La canna e il  vento, il veleno da iniettare, nel cuore degli affanni e là rinascere, qualcosa di sè che non trova, che non riesce a raggiungere, il vuoto, dell'illesa fedeltà alla vita, non corruttibile, nemmeno attraverso la freccia della morte. Dea, ogni idea,  e le aspirazioni la prima traccia, il segno di uno sperimentarne la corruttibilità. Tragedia di un luogo che è l'uomo, vecchio e nuovo, Amleto è l'usurpato usurpatore, che calpesta se stesso, la società e la vacuità delle forme, delle regole, delle irraggiungibili incoronazioni di un gesto che, sempre, altro non è che morte, di ciò che è ed appare, o si vorrebbe che fosse. Pensa , Amleto, e questa è la sua crisi, quel vedere le cose e i luoghi attraverso l'intelletto, perdendo tutto, ogni incessante rigenerazione del sentire, persino se stesso, da cui si allontana.  -

Mi indicava una casa, sul filo dell'acqua.

-  In quella pietra vive amleto, il nostro amleto, l' amuleto dell'origine della distanza, nell'oro senza macchia di una fusione totale all'incapacità di stare là, insieme alla terra che nella nebbia vorrebbe nasconderlo a se stesso, il vecchio, l' antico, preistorico amleto.  Amleto è l'albero. E'  tutta la foresta degli alberi che in sè cantano la voce di miriadi di uccelli,  la rugiada e la luna ma, non è se stesso. Zitta la casa di Amleto è la monotonia della terra, senza stagioni, una solitudine  senza amici in cui nulla può modificare una sola zolla. -

Scomparve così, dentro il suono dell'acqua. Qualcosa che tentava di non affogare, un legno o un animale che voleva raggiungere la riva mi svegliò da quella specie di vortice, o vertigine. Seppi più tardi che lì, dentro quelle spesse mura di pietra e in quei giardini d'incanto, Ofelia s'era rinchiusa, aspettando lui, l'altro, l'amato mai dimenticato, prima che Amleto concludesse la tragedia della sua disperazione.

dmk

15:30
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 9 da Fernirosso Weblog: Suoni

Lo avevo percorso con te durante la fine dell'inverno. Quel viale  portava solamente a casa. Eppure, ogni volta, portava anche dentro una barriera. Dentro me, quel luogo di me che avevo lasciato dentro una fessura, nel corpo del muro di cinta, insieme ad un dente da latte e un biglietto, chiusi in una scatola di latta. Forse ormai non aveva più parole, il biglietto.  Forse non c'erano più, né la scatola, né il dente, né tanto meno  il biglietto. Un dente! Come fosse stato una zanna! Non c'era forse nemmeno la fessura! Il mattone! Quel mattone che si poteva togliere a piacere. Echi, erano echi, che ancora non ero certo di volere incontrare, e speravo fossero loro a venire da me. Come se le cose avessero le gambe! Forse le hanno, le gambe! E i piedi, calpestando il suolo battuto in noi milioni di echi, uno lo sollevano: quello che ci fa paura. Forse l'unica paura che vorremmo evitare, la paura di perdersi, o forse proprio quel  perdersi, nel trovare quale sia la paura che ancora coviamo, senza nemmeno saperla, vederla, conoscerla, toccarla, ci spinge in una direzione che non ha passi in quella terra.

Tornare a casa: significava  toccare? Toccare con mano qualcosa che aveva un corpo abbastanza durevole, aveva fedeltà e aderenza alla vita,  a quella di ciascuno di noi, oltre a quelli che intorno a noi si trovavano a stare, sostare per qualche tempo, agire? Non mi sembra nemmeno da porre sotto rilevanza il fatto che i nostri genitori fossero l'unità fatta persona. Una sola persona. E ora, si adesso che siamo tornati qui, lungo questo muro che è cresciuto dentro la divisione dei giardini, la mia, la sua casa e quella di altri, servirebbe una nuova randellata sulle ferite accettate e accertate  allora come una mannaia?

Eravamo così abituati, io e mio fratello, al fatto che l'uno prendesse il posto dell'altro che, quando per motivi che non  ritengo il caso sottolineare ancora a me stesso, i nostri genitori si lasciarono e non vollero rivedersi mai più, lui ed io non riuscivamo più a distinguere il dolore suo dal mio. Erano un solo enorme cumulo di macerie, indistinte.  Anche noi, ci lasciammo allora. Quella fusione dolorosa non ci lasciava vivere. Forse c'è necessità di distanza. Nostra madre aveva detto, proprio quel giorno, quando ancora era in piena salute, che non lo avrebbe voluto nemmeno al suo funerale, né tanto meno al suo letto di morte. Non voleva averlo come ultima visione.

Mi domandavo adesso, mentre camminavo al tuo fianco, dicendo di amarti come allora, ora che dicevo a me stesso  di amare,  la donna che avevo sposato e dalla quale avevo avuto dei figli, le solite cose che ci diciamo tutti per dare una consistenza all'amore e volevo, più di ogni altra cosa, quella crepa nel muro. Volevo d'istinto trovare quella cosa, l'unico mattone dietro cui si trovava l'unico corpo,  capace di scrivere in me la parola definitiva. Tu sei .

Chi ero? Chi ero diventato? Chi sono?

Non me do chiedevo mai. Solo quando tornavo. Quando tornavo a posare il piede in quel viale. Una pietra dopo l'altra, un albero dietro all'altro, in quella foresta che nulla aveva della casualità, in cui ogni regno conviveva con l'altro e circondava un'isola del tempo, là e solamente là, riuscivo a sentire quelle domande. Sembravano nascere dalla terra? Mi chiedeva chi ero, chi fossi per posare il piede lì.Non riconosceva la mia impronta? Eppure avrebbe dovuto? Lei sì, avrebbe potuto salvarmi, sciogliermi. Avrebbe potuto dirmi. Invece i passi erano muti di risposte. Crescevano solo domande, interrogazioni che se ne andavno, con la stessa consistenza del vento tra le foglie, i legni che si spezzano e cadono per terra.

Voci. Suoni sparsi in un coro di cui ancora non avevo trovato i singoli domini, la frequenza di trasmissione.

Camminavo lungo il viale, lento.  Mi ricordai dove era, dove era esattamente il luogo. Lo vidi, mentre si apriva nella memoria o forse la memoria. Era quella, era lei il muro. Era lì dentro che avevo eretto gli alti  torrioni di ferro. La logica, il disappunto e la ragione di un battaglione di ragioni mutilati da ciò che invece era il corpo vivo.  Ferree ragioni per starmi lontano, per stare lontano da quel tempo e starmi addosso. Farmi fuori.

Ancora prima di sollevare la pietra lessi. Vedevo chiaro ciò che stava dietro.

E' un testo nato per piccole brecce, schegge di brace

molto dopo il rosso e

si è divelto

nelle  mie parole

l'azzurro del cielo

si è fatto denso

da mangiare        gli alberi

più verde

mi hanno infisso       nelle loro spore

i polmoni.

Dopo, dopo di te  non cerco più

nella cassa

forma dei ricordi

fermo dopo di te      nulla

mi resta     distante e non     rimpiango

di averti perso né le attese

da cui tornavi

restando sempre assente.

No       dopo di te

l'inferno si è placato

il mio sguardo si è slabbrato e il  mondo

vi deposita

il suo    l o g o  r i o     il dissenso che in ogni cosa

canta e ride

di me     tutto ciò che crede       d'essere qualcosa

diverso

una piccola finestra  il dove

l'uso

che mettiamo a deposito  dei

nomi  nel nome  di un vuoto

le nostre congetture

la congiuntura degli scavi dentro

le paure che non portiamo mai a galla.

L' albero è rimasto albero e il mare su di lui si riversa

liberando gli azzurri in fulmini di luce e silenzi

irremovibili.

Dopo di te il mondo.

Dopo di te ha iniziato a bruciare.

Era finalmente il corpo?

Mia madre che mi rinasceva? O  ero io, che infine  morivo?

dmk

15:42
10 luglio 2009


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Racconto n. 7: Inganni

Un io diviso accompagna il lettore per un percorso tortuoso, accidentato, che inciampa su domande senza risposte fino all' ultima frase, quando – forse – balena la possibilità di una soluzione. Scrittura che incide in profondità, sottopelle. 

dmk



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