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Giardini d' incanto

UtenteMessaggio

18:19
19 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Posto il racconto, l' unico, al momento, che ha risposto all' idea lanciata in Fernirosso Weblog: Giardini d' incanto: Il ritorno

Ritornava sui suoi passi, lentamente. Rivedeva le orme lasciate all' andata. Piccole impronte, senza importanza. Minuscoli segni sull' erba tiepida di sole.

Era stata una giornata calda e umida ed ora, verso il tramonto, il respiro dell' aria rinfrescava la pelle.

Non ricordava a che ora o perché fosse andata al giardino. Era uscita e ci si era ritrovata dentro, all' improvviso, ne era stata lontana così tanto tempo che ormai non pensava più neanche alla sua esistenza. Se ne era andata da lì una intera vita prima.

Aveva sentito sotto i piedi il sentiero e l' aveva seguito fra due sponde fiorite. Il giardino era immutato. I colori, i profumi, l' aria. Grondava luce e poi la filtrava fra i rami creando pozze luminose sul prato. Lei camminava, un poco frastornata, la testa leggera leggera, come fosse svuotata dei pensieri, belli o brutti che fossero.

Perché anche i pensieri belli hanno un loro peso e una loro responsabilità.

Camminava e non pensava. Registrava solo ogni minimo cambio di luce, di colore, di odore, in modo istintivo. Cercava. Non sapeva bene che cosa, ma, se era lì, doveva esserci per qualcosa.

All' improvviso giunse allo specchio d' acqua, l' ansa del fiume. Lo ricordava. Ci aveva passato ore su quella riva, un libro fra le mani, la mente svagata, estati di una ragazza in attesa del futuro.

Le giunsero voci note, piovevano dall' alto, si confondevano l' una con l' altra, erano echi limpidi che dicevano il suo nome. Non la chiamavano. Dicevano solo il suo nome. In coro. Felicemente.

Si fermò sulla riva e respirò a fondo. Chiuse gli occhi un attimo e, nel buio, focalizzò un punto, il punto che le doleva in mezzo al petto, le doleva da così tanto che ormai non ci si faceva più caso, il punto dove riponeva ogni schifa emozione, ogni fallimento, il frastuono della mente, il caos del sentire.

L' erba, i cespugli erano animati da ronzii, suoni brevi e scattanti, prolungati e persistenti, ma tutti fatti d' oro. Vita di natura. Così semplice. Così intatta. Così piena.

Riaprì gli occhi e alzò lo sguardo a un volo improvviso. Ali che battevano tagliando la gola del cielo.

Aveva preso tanto le distanze dal mondo di fuori, si era tanto ritrovata, compiutamente, in ogni rumore, in ogni stormire di fronda, in ogni profumo di fiore, nella voce dell' acqua, che aveva dimenticato tutto il resto di sé, tutto il tempo trascorso da quando era partita dal luogo che con forza, ora, la riconduceva a sé, nel profondo gorgo di un' innocenza smarrita.

Era stato il tempo in cui credeva che vivere sarebbe stata un' avventura da cavalcare con impeto, a cui darsi completamente, superando ogni ostacolo, costruendo una strada, ciottolo dopo ciottolo, mattone su mattone, lasciando dietro di sé segnali a chi, dopo di lei, l' avrebbe percorsa. Tracce che nessuno aveva visto e che la pioggia e la tempesta avevano limato, confuso, infine cancellato.

La pioggia era caduta sul suo capo e aveva inondato le sue stanze, trascinando via dalla finestra la dolcezza.

La tempesta aveva infranto il tetto, si era infilata nella cappa del camino urlando e l' aveva sballottata qui e là, annullando la sua forza. Devastando l' amore.

Dentro le era rimasto solo come un nocciolo, duro e spigoloso, ma dal sapore ancora zuccherino, che, ogni tanto, emanava una sua vibrazione tremula e quel nocciolo, lo sapeva, era lei.

Per questo era tornata al giardino: per lasciarlo lì, in quel posto del passato, divenuto ora il presente perfetto, per seminarlo lì, che mettesse radici e crescesse a far ombra, un' ombra immensa, e diventasse la casa canora degli uccelli, che suonasse con i rami il canto dell' armonia. Lì dove tutto era incominciato. Dove tutto stava per finire.

E dove tutto avrebbe potuto ricominciare.

Vide la vecchia panchina, solitaria nel tramonto. Si sedette. E bevve ogni istante, ogni restante attimo di luce.

Poi il sole calò e fu la notte piena di stelle, all' infinito.

dmk

19:45
19 giugno 2009


Elina

Ospite

 nel blog di Ferni ho voluto apprezzare "ad alta voce" questo racconto tutto interiore

rileggendolo ho pensato ad un giardino irreale, tessuto di fantasia e leggerezza, una memoria che nasce dall'acqua, vestita di stelle

potrebbe non essere visibile a tutti un simile incantoWink

saluti a voi, Elina

21:36
19 giugno 2009


Rose

Ospite

Verrebbe da chiedersi perchè qualcuno dovrebbe voler lasciare simili luoghi, se non per il piacere di farvi ritorno, appunto. Kiss Un ritorno invero straordinario che è anche un riappropriarsi della propria identità, dei sogni, della speranza.

Ho apprezzato molto le parti descrittive, ma inrealtà, tutta la scrittura è oltremodo piacevole, a tratti poetica. Complimenti all'autore, chiunque esso/a sia. Kiss

22:40
19 giugno 2009


Manfredi

Ospite

sfondo che è palcoscenico di rivissuto riascoltato risentito, prima che cali la notte. 

sul passato. forse sul presente. Come un concerto d' echi.

08:30
20 giugno 2009


franco

Ospite

… trascinando via dalla finestra la dolcezza…

Direi solo apparentemente smarrita, ma ora certamente ritrovata, parola dopo parola, immagine dopo immagine, suggestione dopo suggestione.

Offerta come dono prezioso.

Una dolcezza che vibra tremula con la voce dell'acqua, in quell'argine che diviene il luogo d'incontro con il proprio passato e che si fa consuntivo, ma anche premessa di una nuova partenza.

Una delicatissima scrittura soffusa di luce.

f

16:11
21 giugno 2009


fernirosso

Ospite

Ho letto nell'altro blog in cui il racconto appare.Riporto la lettura per non creare differenze o disparità.

Forse perchè il giardino ci porta alla memoria il primo giardino, quello dell’infanzia, anche dell’infanzia dell’uomo, l’eden meraviglioso, amo particolarmente questo luogo e trovo che in esso possa trovarsi la traccia d’innumerevoli percorsi, da praticare, con il passo lieve e l’animo leggero, propio come qui, in questo racconto che, atratti, sembra addirittura schiudere delle visioni di favola. ferni

18:46
21 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Ecco il nuovo lavoro pervenuto a Fernirosso Weblog: La scelta

Così aveva deciso di partire, da un giorno all'altro. Aveva preparato la sacca mettendoci solo lo stretto indispensabile. Aveva chiuso la masseria ed era partito. Non aveva avvisato nessuno. Sembrava che avesse fretta, una fretta senza mezze misure. D'altra parte non lasciava indietro niente. Suo padre era morto da molti anni  e sua madre lo aveva seguito da lì a poco, come se il loro contratto di matrimonio e fatica non avesse potuto interrompersi con la morte. Il matrimonio, il suo matrimonio, era andato a carte e quarantotto e non aveva voglia di tornarci sopra. Ci aveva riprovato con qualche altra donna, ma non aveva trovato niente che facesse al caso suo. Sempre che sapesse quale fosse il caso suo. Era sabato quando partì, un sabato mattina presto, anzi prestissimo. La nebbia premeva e attraversava i cancelli di ferro cigolanti e malconci, mentre li chiudeva con una catena girata tre volte attorno ai ferri della battuta. Un lucchetto sufficientemente grosso per tenere gli anelli pesanti e poi via, senza girarsi indietro. Era partito verso la stazione di Ceglie. Il Salento era una terra meravigliosa ma la miseria della sua vita non gli piaceva. Aveva bisogno d'aria e  aveva bisogno di mettere terra, altra terra tra i suoi piedi e i suoi pensieri, aveva bisogno di vedere altre facce, altre voci, altri odori.

- La terra è grande-  diceva spesso, ormai solo a se stesso – perché uno deve stare chiuso a chiave sempre con lo stesso giorno? -

Si sentiva così: in galera,  in quella masseria. Il frantoio, le capre, il formaggio e qualche bastardo che ogni tanto veniva a rubargli il raccolto di olive, prima di farne olio. Lui si ubriacava e non si rendeva conto di chi fossero le ombre che camminavano sui muri del magazzino. Ma non era quello che lo turbava, anzi, a dire il vero avrebbe voluto che gli rubassero tutto, da sotto il sedere e dalle  mani, così si sarebbe deciso ad andarsene. Si sarebbe deciso una volta per tutte a mettere il naso fuori da quel pane dell'infanzia, che poi era diventata un'altra età. Di colpo un'altra, senza di fatto essere cambiata mai. La moglie era quasi una bambina e si erano sposati perché avevano avuto un figlio. Capita, quando non si sa bene cosa si sta facendo e loro credevano di stare a fare l'amore, senza dover pagare pegno prima o poi. I pegni invece restano al banco, per un po', ma poi chiedono la riscossione. La loro fu un figlio che, per fortuna o per ulteriore disperazione, morì dentro un pozzo, appena qualche anno dopo la nascita. Lui aveva cominciato a bere, lei a prendersele da lui. Con la cinghia la picchiava a sangue perché diceva che era colpa sua, che era una poco di buono e , a lei, a lei andava bene d'essere trattata così. Era un modo di pagare il suo pegno, per non avere visto il figlio allontanarsi mentre mungeva le bestie. Bestie, tra le bestie e niente altro, niente amore, niente pietà. Niente di niente, solo giorni, uno dopo l'altro fino a che anche lei ci si buttò. Dentro lo stesso pozzo. Un pozzo di dolore troppo profondo per riuscire a resistere lì, vicino a quell'anello di memorie, una vera da pozzo a strangolo intorno alla vita. A volte, quando non aveva bevuto, si chiedeva come fosse stato possibile. Si domandava chi e come lo avesse sottoposto a una fattura di quella specie e gli prendeva la smania di scappare. Di punto in bianco scappare per non finirci dentro anche lui, in quel pozzo senza fondo. In stazione non trovò nessuno a fermarlo, nemmeno un saluto. Niente. Solo qualche vecchio, sordo e mezzo cieco che cercava di non farsi vedere a sua volta. Ceglie -Carbonara, una stazione di poche anime e, a quell'ora, nessuna pareva dare segni di vita. Il treno arrivò. Salì e iniziò quel lungo viaggio fino a qui, all'altro stato della conoscenza. Questo era infatti il percorso che , alla bella età di novant'anni, sentiva di avere fatto. Non aveva lasciato nulla laggiù. Tutto si era messo in viaggio con lui. La casa, la masseria e il cane e la sete l'orto le capre, i rumori del cancello, la pazzia della moglie, la morte della sua volontà e le pietre dei suoi affetti. Una follia in cui tutto era tangibile e  lo toccava, lo tornava a prendere da dentro. Ad ogni riga di scrittura, da quelle sillabe ripescate da un pozzo profondo e da quel bellissimo terrazzo aperto su un giardino stupendo, in quella bellissima casa,  in cui era ospite di una vita diversa, sua e mai praticata come propria, riusciva a comprendere come la sorte non sia ciò che capita, ma ciò che vicendevolmente ci e si costruisce, e cresce a seconda dei desideri, delle rinunce, dei cambi di strada o delle visioni che ci colgono, spesso all'improvviso. Di punto in bianco: la vita ci sceglie e non possiamo tirarci indietro, dobbiamo a nostra volta scegliere. Lui aveva scelto. Aveva ripescato dal pozzo della sua cecità tutta una vita, perché non andasse perso ciò che lo aveva mosso, ciò che lo aveva salvato da se stesso.

dmk

18:49
21 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Riporto le righe con cui l' ho commentato nel blog di Ferni:

Il luogo della conoscenza come uno stupendo giardino, un' ampia terrazza da cui l' occhio raccoglie ogni cosa e trasferisce il profondissimo pozzo del passato nell' immenso pozzo del comprendere salvifico. Un percorso duro da compiersi, perché, è così vero!, "la vita ci sceglie e non possiamo tirarci indietro, dobbiamo a nostra volta scegliere".

Ottima scrittura, per narrare di comprensione e riscatto personali e non solo.

dmk

19:14
21 giugno 2009


Elina

Ospite

riporto il mio commento al secondo racconto "La scelta":

a volte la scrittura risulta salvifica per chi la pratica
scrivere evidenzia e aiuta a comprendere anche certe “fatture”, sventure, destini di dolore
trovo interessante la scelta del protagonista che non si lascia soggiogare dal territorio, dalla terra in cui abita, che parte per approdare ad una diversa soluzione da contrapporre alla miseria

una bella scrittura, grazie

21:05
21 giugno 2009


franco

Ospite

una pagina che ci prende per mano e ci accompagna come in un viaggio iniziatico attraverso il dolore.

A volte sembra che il cuore del protagonista ed il nostro insieme a lui non possano o non vogliano proseguire lungo questo sentiero di memorie, oscure come il fondo di quel pozzo;

Eppure non c'è mai resa totale, la disperazione percuote, ma non annichilisce.

La vita diventa il terreno dell'ineluttabile, ma è un territorio da attraversare con determinazione e coraggio e talvolta, come in questo finale, offre oasi di riscatto e persino di…pace.

f

14:04
22 giugno 2009


Manfredi

Ospite

viaggio in cui ci si porta appresso tutto, ricordi e mura e detriti, 

allontanamento voluto perseguito con tenacia, un pellegrinaggio di riscatto e espiazione attraverso il conoscersi, di pozzo in pozzo.

Concordo, dmk: ottima scrittura.

18:54
22 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Ecco il terzo racconto da Fernirosso Weblog: Nella Memoria

A volte accade che il cielo conservi segreti impressi sul suo volto.

Quella mattina calda e afosa ero uscita ben presto per recarmi a Villa Carolina, un piccolo spazio verde, riparato dal sole e dal rumore cittadino.

Mi sentivo stanca, il mio passo lo era, sembrava che ogni gesto, per piccolo che fosse, avesse un peso enorme.

Arrivai lentamente alla panchina all'ombra di un albero con poco fogliame.

Mi lasciai scivolare su quel ferro caldo e cominciai a perdere i miei pensieri, legandoli come funi ai bianchi contorni delle nuvole, fumanti il mio avvenire.

Ad un tratto mi accorsi della presenza che mi stava accanto.

Emersi di colpo dai miei voli, una signora mi stava chiedendo qualcosa.

Indossava una camicetta a fiori ed una gonna arancione, aveva modi gentili ed un aspetto curato.

Si presentò e allegra mi mostrò una borsa di stoffa, di sua completa creazione.

Era una cosa talmente piccola da non poter contenere neppure un portamonete, aveva all'interno una breve cerniera da cui estrasse cinque diversi bottoni.

Erano bottoni preziosi, riconobbi il materiale di cui erano fatti e anche il loro elevato costo.

Risplendevano colorati come gioielli preziosi e di vetro, avevano diverse dimensioni.

-Mi chiamo Maria e questo è il mio hobby o meglio uno dei tanti  esordì sorridendo.

Seguì la mia breve presentazione, dissi subito che ero in convalescenza, mi parve d'essermi liberata di un primo peso. Poi aggiunsi che quel clima di pianura, troppo umido, non giovava al mio stato,mi fiaccava le gambe e anche lo spirito. Maria annuiva e mi accorgevo che era dispiaciuta, non si perse d'animo però anzi mi propose di lavorare con lei, così il tempo sarebbe passato alla svelta e forse avrei deposto per un attimo quel pesante libro che sembrava poi non interessarmi.

Il giorno seguente ci ritrovammo sedute alla stessa panchina. Maria svelta estrasse dalla sua sacca pezzi di seta, lino, cotone, scampoli di tessuti di vario peso e colore e me li consegnò, dicendo di inventare qualcosa.

-Su due piedi non mi viene proprio niente le risposi seccata, incrociando il suo sguardo incuriosito.

Intanto Maria continuava a cucire la borsetta del giorno prima che aveva chiamato Pilù. Allora presi due pezzetti di lino e ne feci una nuvola, feci una pozza fresca d'acqua d'estate con la seta azzurra, poi ritagliai un sole di cotone e un tramonto di jeans. Potevano essere delle applicazioni per borse più grandi, magari quelle un po' sformate dal peso della spesa. Quella giocosa attività durò un mese, poi ripresi il mio lavoro d'ufficio.

In quei giorni, per sempre candidi nella memoria, mi smarrii ogni giorno ad inseguire nuove nuvole e altri cieli, intanto le dita si facevano più svelte, di nuovo sicure tenevano i fili ricuciti della mia vita. La mia terra era un giardino che io fiorivo, cucivo, trasformavo appassionata. I silenzi erano parole che cercavano radici profonde, appigli concreti alla tanta voglia di vivere.

Fili visibili ora scivolavano precisi tra le nuvole del mio Essere.

dmk

21:19
22 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

ri-cucire i fili ri-creando se stessi in un percorso di ri-scoperta e ri-nascita, con la natura partecipe e stimolante: “La mia terra era un giardino che io fiorivo, cucivo, trasformavo appassionata. I silenzi erano parole che cercavano radici profonde, appigli concreti alla tanta voglia di vivere.”

dmk

22:19
22 giugno 2009


Manfredi

Ospite

ogni scampolo di tessuto richiama elementi naturali, come se la protagonista si trovasse a cucire insieme pezzi di cielo trovando in questa creatività una fantastica via di fuga, di sollievo, la salvezza.

12:36
23 giugno 2009


stella

Ospite

Tre racconti godibilissimi in cui ho trovato  lo stesso desiderio di fuga , di cambiamento.

La possibilità di riprendere in mano i fili del proprio destino, la voglia di perdersi in una dimensione irreale ma fortemente ancorata alla terra.

La ricerca di un evento esterno che ci induca al cambiamento.

Complimenti all'autore/ri.  

13:32
23 giugno 2009


sandra

Ospite

Che bei racconti! scritti davvero bene. Ho una sola riseva sul personaggio del secondo: ma picchiava la moglie? YellYellYell Non ha avuto molte scelte, lei.

18:52
23 giugno 2009


fernirosso

Ospite

Anche lei aveva la possibilità di scegliere di andarsene, prima di lui magari, non solo quella di uccidersi.In fondo darsi al bere è una modalità per uccidersi, magari andando sotto ad un automezzo o cadendo per sbaglio nello stesso pozzo.Lei ha scelto di buttarsi e di farla finita,ma è stata una sua scelta, penso, il fatto che la picchiava avrebbe potuto essere un movente per spingerla a scappare.Invece,da quel che si legge, lei ha ritenuto quello un mezzo per espiare la morte del figlio di cui si è sentita reponsabile. I meccanismi della psiche sono diversi, non tutto funziona in un unico modo. E lui, dopo due morti come quelle, dedito all'alcool avrebbe potuto decidersi per la stessa scelta,no? Casi e vie della vita, capovolgimenti inattesi, penso intenda questo chi ha scritto il racconto.ferni

18:53
23 giugno 2009


fernirosso

Ospite

 racconto n.3-

Come dire che si è rovesciato il mantello dalla parte della fodera e,di quei giardini, se ne vedono i colori e i tessuti che vivono in noi, azzurro o rosa, blu o rosso, verde fogliame o verde acqua, come stoffe filate dal vento, dal profumo dei luoghi che abitiamo non solo fuori,ma soprattutto interiormente.f

22:32
25 giugno 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Un nuovo racconto:

Marta

La fatica. Si stava ammazzando di lavoro, per non pensare.

C'era tanto da fare. “Una casa grande ha bisogno di braccia giovani”. Le tornavano spesso alla mente le parole di sua madre. Una donna saggia … Ma le sue braccia non erano più giovani. Solo il cuore le era rimasto di giovane e … incosciente

Incosciente sì, perché occorre essere incoscienti per innamorarsi a 60 anni … quando non si è neppure liberi e ci sono un paio di ragazzini che ti chiamano ‘nonna'.

Marta non era una ‘donna facile'. Il suo aspetto sobrio non induceva ad una seconda occhiata l'osservatore occasionale e lei aveva sempre scoraggiato qualunque illazione errata. Era una donna piacente, ma occorreva conversare con lei per scoprirne il fascino discreto.

Non condivideva molto col marito. Interessi diversi … due vite parallele che si incontravano all'ora dei pasti. Conversazioni educate, non senza un fondo di tenerezza, ma niente più. Una figlia nata per caso e che pareva saperlo, infatti era molto indipendente e si era allontanata presto dalla famiglia. Due nipotini adorati che arrivavano ogni tanto come un tornado, scombussolando casa e giardino.

Quel giardino … amato e odiato. Pochi momenti perfetti in cui Marta si fermava a contemplare una nuova fioritura oppure rideva, osservando i passeri rincorrersi o sostava  ad annusare il profumo dell'erba appena tagliata o della terra bagnata da un acquazzone … pochi momenti perfetti e molte ore di lavoro a strappare, trapiantare, potare, innaffiare, raccogliere foglie, liberare le aiuole dalle erbe infestanti.

Non che le dispiacesse lavorare in giardino o badare alla casa. No, Marta amava l'ordine attorno a sé e le veniva naturale crearlo. Non un ordine maniacale … una cosa giusta, ecco. Era convinta che l'ambiente in cui si vive debba essere gradevole per contribuire alla serenità … E così la sua vita scorreva relativamente tranquilla e soddisfacente.

Cosa l'aveva indotta ad avvicinarsi al computer, di cui aveva fatto a meno persino durante gli anni lavorativi? La pensione! Era colpa dell'essere andata in pensione. Qualcuno le aveva detto che ‘navigare' su Internet era un passatempo interessante e aveva imparato. Non molto, giusto quello che serviva per usare la posta elettronica e per ‘navigare', appunto ed  ecco che le si era aperto davanti un intero universo.

Le piaceva vagare per i musei, zummando sui quadri dei suoi amati pittori rinascimentali. Ricordava la fatica delle visite alle mostre: troppe sale, troppe opere … lei aveva bisogno di tempo … a volte le sarebbe bastato un unico quadro. Ora poteva farlo, si metteva comoda sulla poltroncina davanti al pc e assaporava due, tre opere alla volta, non di più. Spesso leggeva i commenti dei critici e poi tornava alle opere osservandole con maggiore consapevolezza.

A volte però mandava a spasso i critici e stava a rimirare un quadro, una scultura, per lunghi minuti. Il marito capitava occasionalmente nello studio, ma era difficile coinvolgerlo … Lui era fondamentalmente un tecnico e non si appassionava ad alcuna forma artistica.

Marta aveva scoperto anche siti straordinari dove si potevano visitare giardini meravigliosi. Certo, sarebbe stato bello immergersi davvero in quel verde e ammirare da vicino tutte quelle varietà di fiori e di piante, ma lei si accontentava anche di goderne la visione sul video del pc e sapeva di essere già privilegiata ad avere il suo, di giardino.

E poi aveva conosciuto lui, via internet. Tante cose in comune, il piacere di parlare di tutto e di ridere assieme. Il calore di un sentimento che la riempiva di stupore e di gratitudine.

Può nascere l'amore sull'web? La questione veniva dibattuta da tempo alla televisione e sui giornali. Marta avrebbe risposto senz'altro affermativamente. Lei sapeva che si possono creare intese profonde, non condizionate da aspetti di ordine pratico, che proprio per questo ti entrano dentro e … naturalmente, sono sbagliate, quando non si è liberi e non si ha la forza, né il desiderio, alla fine, di mettere in discussione tutta la propria vita e le proprie certezze … di venir meno alle responsabilità …di deludere le aspettative di chi ci sta attorno

Si può costruire la propria felicità sull'infelicità degli altri?

Marta conosceva perfettamente la risposta a questa domanda. Occorreva rassegnarsi dunque, dare un taglio netto e concentrarsi su quello che di positivo la vita ancora le dava. Soprattutto, occorreva non pensare. Ecco perché si stava ammazzando di lavoro … per non pensare. Eppure a volte, quand'era sola, le sfuggiva un singhiozzo che pareva il grido di un animale ferito … si nascondeva il viso tra le mani, sentiva la marea sommergerla … Poi si ricomponeva … C'era tanto da fare in giardino.

dmk

19:27
26 giugno 2009


Elina

Ospite

un bel racconto con una protagonista innamorata della vita, dell'arte

il giardino come luogo privilegiato dove poter godere della natura, dove lasciarsi andare ad una risata, attraverso cui aprirsi ad altra vita

e poi la scoperta di un sentimento inatteso che riempie il giardino interiore di nuovi colori, alcuni forse persi o mai vissuti

molto piaciuto, un grazie all'autore



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