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Giardini d' incanto

UtenteMessaggio

15:43
10 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto n. 9: Suoni

racconto che è un' indagine sull' essenza del sé, che pone domande cruciali, lasciando gli interrogativi aperti al lettore. Ci si può perdere o ritrovare in un testo così. Tutto vibrazioni. Un grande grazie, all' autore. 

dmk

23:21
10 luglio 2009


fernirosso

Ospite

Ringrazio Daniela per ospitare anche qui tutti i testi. Sono lieta che altri autori abbiano partecipato. Speriamo che, per il futuro, la condivisone sia ancora più allargata. I racconti hanno tutti mostrato dei percorsi e degli approcci diversi alle immagini proposte, soprattutto,hanno amplificato la visualizzazione di quei luoghi, portandoli spesso tra sè e un luogo profondamente umano fatto di memorie e/o visionarietà. Almeno questo è quanto leggo personalmente. Grazie ancora una volta e un brindisi per tutti.ferni

21:52
11 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 10 da Fernirosso Weblog: Boccacce

Ricordo ancora le giornate interminabili. Lungo il fiume arrivavamo al mare, per un lungo periodo di vacanza e tu, ci aspettavi, nel porto del paese.

Non riesco a ricordare il nome di quella piccola curva, un'ansa in cui il mare raggiungeva l'acqua dolce mescolando flora e fauna. Ricordo che era un nome breve, che aveva quasi un sapore in bocca, mentre lo pronunciavo mordendomi sempre le labbra, per la paura di sbagliare.

Anche noi ci mescolavamo a voi. Noi di città e stranieri,  voi, gente modesta di un piccolo paese lungo la costa dell'Italia. Ricordo che mio padre ci faceva sperare fin dall'inverno quelle vacanze. Ogni anno aggiungeva qualche spettacolare richiamo, per invogliarci a continuare le vacanze in sua compagnia.

Per me non serviva. C'eri già tu.  Ti sognavo tutto l'anno. Mi ero decisamente innamorato, fin dalla prima volta, soprattutto perchè non ti avevo detto niente e potevo continuare a sperare che, un giorno, magari mi considerassi. Ero così piccolo e tu, meravigliosamente bella e grande. Grande, quindici anni più di me.

Mi facevi le boccacce, per farmi ridere. Ti nascondevi dietro uno degli alberi del parco e poi sbucavi fuori all'improvviso. Avevi ogni volta una faccia incredibile, irresistibile. Ti sarei saltato addosso. Non so se era perchè non avevo più mia madre o perchè mi ero innamorato. A volte le cose non sono separabili con un taglio preciso.

Tu mi riempivi di baci in ogni caso. Tutti quelli che nessuno aveva dato a te, tu li davi a me, per la felicità di non essere più sola, in quella grande casa che custodivi tutto l'anno e in cui non entrava mai nessuno. Mio padre non aveva tempo e noi andavamo in collegio. Ci era impossibile venire d'inverno. E poi anche la neve non era un ostacolo da poco, i valichi erano chiusi, allora. Allora era così.  Eppure! Non ho nella mente ricordi più luminosi di quelli. Di quelle mie estati senza fine, in bicicletta per chilometri e giorni, con soste ora da un amico di mio padre, ora da uno di mia sorella. Da quando abbiamo venduto la casa, dopo la morte di mio padre, questa è la prima volta che mi torni in mente così violentemente. Come se volessi spingermi fino a quell'ansa, davanti a quel pontile. Ci sono venuto, quest'anno ed è stata grande la sorpresa di vederti. O meglio di vedere una ragazza che ti somigliava come una goccia di quell'acqua, rimasta uguale nel tempo, come se non fosse mai scorsa via dai miei ricordi e da quelle rive. Ho voluto arrivare in barca, anche questa volta. Anche se sono partito dal mare, a ritroso, verso il porto lungo il fiume. Tu eri là. Seduta sul legno della scaletta d'attracco e sistemavi le reti con un uomo, un vecchio che non conoscevo.

Ci hai salutato come se ci conoscessi e hai detto il tuo nome. Mi si è capovolto il cuore su quella voce e non ho saputo più dire niente.  Sono rimasto muto io, come lo era tua madre. Una sola cosa sono riuscito ad abbozzare, inconsapevolmente ti ho fatto le  sue boccacce, perchè anche tu, così grande e seria, ridessi di me, delle mie facce sbalordite.

dmk

22:06
11 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 11 da Fernirosso Weblog: Il tuffo

Sentì sotto le suole il terreno leggermente in discesa e da questo comprese che stava arrivando. Rallentò il passo: non aveva fretta, anzi gli pareva di doversi un momento rallentato, di riflessione, di concentrazione, tutto dedicato a se stesso.

Lungo il sentiero le foglie dei rami gli sfioravano il viso e gli occhi, la bocca erano colmi della loro fragranza. Ma ciò che di più lo colpiva era l' odore della terra, un che di originale, puro, avvolgente,  come un forte sentore di umori vitali. Era un odore cui non si dovrebbe rinunciare mai, nella vita, dovunque la vita conduca.

La vita l' aveva portato per strade diverse, sulle vie delle città dove aveva speso i suoi giorni, cercando, sempre cercando, affannosamente cercando di realizzarsi, per accorgersi poi, che quello che aveva ottenuto non era proprio quello che voleva. In ultimo gli sarebbe bastato un respiro più ampio, un occhio più sereno per sentirsi realizzato. Ma li aveva persi nelle lunghe notti lontano da casa, nelle frenetiche giornate di lavoro, nelle ricorrenze dimenticate, nei sorrisi non goduti, nella corsa continua tesa a migliorare il suo stato d' uomo arrivato.

” Lei potrà vivere a lungo ancora, ma dovrà avere molta cura di sé. Dovrà rispettarsi….”

Si era sentito di colpo vecchio e fragile. E non era da lui. Aveva spesso pensato, nel passare degli anni, alla fine fisica, al decadimento e aveva rigettato il pensiero. Lui no. A lui non sarebbe capitato. Lui sarebbe crollato d' un colpo, una sola potente mazzata  avrebbe abbattuto l' immagine che s' era costruito. Doveva essere così. Perché la sua forza non poteva tradirlo, fiaccandogli le energie, indebolendogli pian piano il battito del polso, rallentandogli il cuore poco alla volta.

Adesso camminava sui ciottoli, i sassetti del greto che limitava il piccolo lago e sentiva fra il verde la voce della cascatella che lo chiamava. Era per lei che si trovava lì, alla fine.
“Sono qui” le rispose.
Un tempo i ragazzi passavano le estati a salire fino dove la cascata scaturiva per poi lanciarsi nel lago sottostante fra gli spruzzi schioccanti dell' acqua. Che i genitori li sgridassero, li punissero, che a volte le guardie forestali li minacciassero caricandoli in auto e riportandoli di peso a casa, non aveva mai loro impedito di tornare lì, qualche giorno, una settimana dopo. Era pericoloso. Lo sapevano. E quel “pericoloso” faceva la differenza. Li attirava come la luce attira la farfalla notturna.

Ragazzi. Solo ragazzi. Che si mettevano alla prova. E rischiavano l' osso del collo. Nessuno era annegato, nessuno s' era fatto male, sul serio, almeno. Qualche botta, sbucciatura, graffio, un braccio rotto, una caviglia slogata e a casa raccontavano d' esser caduti dalla bici, d' aver fatto un capitombolo mentre scendevano dall' albero, cose così.

Eccola. Argentea, spruzzi ridenti. Il tempo non era passato, per lei. Il primo amore.
Prese il sentiero stretto e ripido che portava immediatamente sopra la cascatella. Ci arrivò ansimante. Non lo ricordava così lungo, così faticoso.
Era in cima ora, sull' orlo. E lì la terra, inumidita, profumava come mai l' aveva sentita profumare. Terra e acqua insieme: il principio di tutte le cose. Una miscela di frammenti imputriditi e di germogli sfolgoranti, di erbe e di foglie, tutto finiva, tutto ricominciava.
Si tolse con calma le scarpe. La giacca, la camicia. Tutto. E rimase nudo nella sua vecchia pelle di uomo che s' era fatto da sé.
Guardò in giù, un istante solo. Si curvò e si lanciò. Fu un volo di un breve attimo poi l' acqua si aprì ad accoglierlo fra le sue braccia, e lui si lasciò prendere e cullare e trattenne il fiato andando giù, verso il fondo, come un peso di piombo. Come avesse una macina legata al collo.

Sott' acqua fantasmi di alghe si attorcigliarono ai ricordi, alle voci, ai pensieri, alle grida di sua madre, alle sfuriate di suo padre, alle parole dimenticate nella borsa del tempo, al ruggire della fiamma, allo sciogliersi del gelo a primavera, alle ore, le ore impazzite che lo portavano sempre più lontano, come una corrente impetuosa.

Si diede una spinta, d' istinto, e rilasciò un poco d' aria, incominciando a risalire, piano, senza fretta. Si lasciò andare a galleggiare sulla superficie, il volto girato al cielo. Il suo cuore malato gli stava parlando. Adesso lui lo sentiva e potevano riprendere il filo del discorso interrotto non ricordava quando né come, per cercare di spiegarsi i perché lasciati irrisolti sulla soglia di casa, sui davanzali fra i vasi di fiori, lungo i parapetti dei ponti, i fossati ai bordi delle strade.

Il suo vecchio cuore malato gli raccontò storie brevi come secondi o lunghe come ere del passato, lo prese per mano, lo incantò con il suo battito prezioso finché lui comprese che quell' ultimo tuffo era stato ciò cui per tutta la vita aveva teso. Voluto con tutte le sue forze.
E alla fine, proprio sul limite dello sgretolarsi in sabbia fine di ogni sassetto, l' aveva ottenuto: inarcarsi nell' aria, precipitare nell' acqua, verde del verde del prato, delle foglie, dell' erba, un attimo di meraviglioso.

dmk

22:07
11 luglio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Racconto N. 10: Boccacce

mi è piaciuto molto, il ricordo che pare farsi sorprendentemente presente e, anche se si tratta di illusione, il “gioco” è godevolissimo. Complimenti all' autore.

dmk

22:30
11 luglio 2009


Manfredi

Ospite

ogni racconto è un mondo a sé nel filo comune che li contiene e li sviluppa.

li ho letti "quasi" tutti, vado piano perché me li godo, li sorseggioWink, ne vale la pena per come sono scritti, per quello che dicono, per l' emozione che trasmettono: giardini incantati sul serio.

i miei complimenti a tutti. 



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