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UtenteMessaggio

15:25
8 febbraio 2009


Benito Ciarlo

Ospite

Nello spazio compreso tra la porta di casa e il muro di recinzione, irto di cocci di bottiglia, l’erba era cresciuta in modo disordinato e dispettoso.

Qua e là, sul terreno occhieggiavano delle margherite.

Un ragno, diligentemente, aveva intessuto la sua trappola tra il ramo del fico e lo stenditoio. La ragnatela, riflettendo la luce del sole al tramonto, sembra va grande come un lenzuolo.

Era tanto che non metteva il naso fuori dall’uscio e l’abbandono in cui versa va il suo giardino provocò il suo sbigottimento misto a rabbia e rassegnazio ne.

Sapeva che non avrebbe potuto falciare l’erba.

S’augurò che la ragnatela tenesse lontani dalla casa i tafani che con l’ap prossimarsi del luglio sarebbero arrivati a sciami come tutti gli anni.

Resse ancora per qualche minuto pensieri ed erbacce, poi – pressoché senza preavviso – l’interruttore ruotò sull’off e nella sua mente si fece buio as soluto.

Cadde riverso sulla soglia e battè la fronte sul pavimento. Restò così fino al l’arrivo d’Irina che nonostante l’apparente gracilità trovò la forza per trascinar lo sino al letto.

La donna sembrava recitasse delle giaculatorie. Non avreste capito quel che diceva a bassa voce accompagnando gli sforzi. Probabilmente stava recitando qualche preghiera in russo o, forse, bestemmiava in quella lingua.

Il vecchio apri gli occhi e, con fatica sollevò la mano sinistra riuscendo a detergersi, con la manica del pigiama il filo di bava che gli colava dall’angolo destro della bocca.

La paresi che lo aveva colto mesi prima gli aveva lasciato questa conseguenza che lo nauseava, oltre ad avergli del tutto paralizzato il braccio e la mano sullo stesso lato.

L’ictus era stato di quelli che avrebbero ucciso facilmente un bue. Ma il suo cuore e il suo fisico seppero reagire, anche se ormai il danno maggiore era fatto. Era vivo, dopotutto, anche se – se ne rendeva conto perfettamente – non s’erano paralizzati soltanto un arto e mezza faccia: il danno era tale an che nel cervello per cui non articolava più le parole, era diventato irascibile, smemorato e scostante. Al punto che i figli, vuoi per gli impegni, vuoi perché era davvero difficile stargli accanto, lo affidarono alle cure di Irina, una badante ch’era loro stata raccomandata dal parroco.

Le visite dei figli e la loro durata si ridussero notevolmente fin quasi a diventare zero. Nessuno di loro sopportava di vedere il padre perdere le staffe solo perché fraintendeva uno sguardo o una parola. L’irascibilità sfociava in crisi di rabbia violente e mute di cui loro non volevano più sentirsi responsabili.

Irina era taciturna ma efficiente come una macchina da guerra: puntualmente alle otto lo sbarbava, gli lavava la faccia e le mani e lo costringeva a far colazione.

Lui che per settantadue anni non aveva mai fatto colazione al mattino imparò a sorbire una tazza di te in cui Irina scioglieva dei biscotti friabili. Inevitabil mente ne sbrodolava un po’ sulla giacca del pigiama o sulla canottiera e allo ra Irina lo rilavava e gli cambiava la biancheria.

Provvedeva alla casa, preparava cibi che l’uomo riusciva a deglutire – pappine come quelle per neonati che mangiava anche lei – e con infinita pazienza e perizia lo aiutava anche nei bisogni corporali. L’uomo impazziva per la ver gogna e rifiutava il suo aiuto. Poi sporco come si ritrovava doveva giocoforza consentirle di ripulirlo, e la vergogna raddoppiava.

Dopo due mesi di tribolazioni e un secondo ricovero ospedaliero fu di nuovo scongiurata l’eventualità che morisse.

Ritornò a casa ulteriormente guastato nel fisico: la gamba destra non lo reggeva più, quindi quando abbandonava il letto, con l’aiuto d’Irina si issava su una carrozzella e lì restava fino a quando il dolore lancinante al fondo schie na lo costringeva a riguadagnare il letto.

Irina parlava poco e lui non parlava del tutto, però la donna capiva al volo ogni sua esigenza ed era tanto brava da prevenirla quasi sempre.

I lunghi silenzi, l’impossibilità di leggere, l’incapacità di concentrarsi erano di ventati un tormento, al quale, però, s’era gradualmente abituato. Poco a poco l’uomo superò la vergogna e la vita riacquistò un minimo di normalità.

Con l’arrivo della primavera volle caparbiamente provare a fare qualche pas so per casa aiutandosi con la spalliera di una sedia. Fece dei goffi tentativi mentre Irina era fuori per la spesa. Riusciva a sollevarsi all’impiedi sempre, facendo una fatica sovrumana con gli arti buoni. Un attimo dopo, però, on deggiava pericolosamente e, quello successivo, finiva per crollare sulla car rozzella. Ebbe la fortuna di centrarla sempre e di rimanervi seduto in equili brio abbastanza stabile. Un giorno Irina vedendolo seduto di traverso intuì, finalmente quel che stava succedendo e incoraggiò i suoi tentativi reggendolo un poco ed assecondando i suoi movimenti. Quando riuscì a fare tre passi di seguito l’uomo sentì una sorta di felicità nel cuore. Provò istintivamente a ri dere ma percepì l’umido di quella maledetta bava toccargli il petto. Volle de­tergersi la bocca e lo fece con furia, quasi dimenandosi. Perse l’equilibrio e, nonostante Irina facesse di tutto per trattenerlo in piedi, finì per rovinare sul pavimento.

S’addormentò piangendo.

Quel pomeriggio aveva trovato l’energia per raggiungere la porta – erano sol tanto sei passi, in fondo, che lo separavano da essa – e potè vedere in quale stato era ridotto il suo amato giardino.

“E’ diventato come me”, pensò prima di cadere.

17:41
8 febbraio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Il giardino in stato d' abbandono diventa lo specchio in cui l' uomo si vede riflesso: la presa di coscienza – definitiva – del decadimento fisico, contrastato fino all' estremo, con forza rabbiosa.  Un raccontare di vecchiaia e malattia, di perdita di forze, di rassegnata quotidianità, in cui emerge, umana e sensibile, la figura della badante. 

Ben raccontato, Ben!

dmk

22:20
8 febbraio 2009


Rose

Ospite

Io credo che la natura sia più … pietosa quando, colpendo nel fisico, fa perdere anche il 'ben dell'intelletto'. Questo, tutto sommato, rende la vita più facile sia al malato, che a chi lo deve accudire.

Lo so che molti non saranno d'accordo con me … ma io ho visto entrambe le cose, coi miei genitori e sono giunta a questa conclusione, che è personale, ovviamente.

Sono sempre sensibile a questo tipo di racconti ed ho apprezzato anche il tuo, Ben.

22:48
8 febbraio 2009


Gio

Ospite

Un racconto vero ed attuale, che ogni giorno tantissime famiglie vivono. La nostra società è cambiata, si è "evoluta", perdendo molti dei valori che univano la famiglia. Si cerca la "perfezione" non solo del corpo ma anche dello spirito, si stenta ad accettare i "diversi" e non solo perchè extracomunitari, i diversi che non si "globalizzano", si pretende che tutto debba filare liscio e con il denaro si sopperisce ad incombenze che non si possono delegare. Nella "vecchia" nostra società, il neonato e l'anziano vivevano nella stessa famiglia allargata, ed ognuno aveva la sua funzione, ma tutti venivano accuditi in quella comunità che ti seguiva nella crescita portandoti a superare le varie tappe della vita fino alla sua conclusione, si conosceva il buono ed il cattivo, ma difficilmente l'indifferenza. Ora è l'indifferenza che predomina e che, con la scusa del lavoro, degli orari impossibili, del fine settimana (a volte considerato troppo sacro al divertimento), si son persi i contatti reali con i propri cari e non solo.

E' la nostra attuale società con la quale dobbiamo convivere facendo ancora ogni sforzo per non perdere totalmente quell'umanità che ancora ci deve far riconoscere  un "giardino abbandonato" da un "giardino fiorito".

Grazie Benito per questa tua bellissima riflessione.



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