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La ragazza del secolo scorso

UtenteMessaggio

20:14
3 maggio 2009


Elina

Ospite

Questo strano caldo mi riporta ad una frase.

La ragazza del secolo scorso ricordando i giorni caldi della raccolta dei pomodori ripeteva spesso "poveri braccianti sotto il sole".

Sembrava che li avesse davanti agli occhi.

Io, bambina attenta, mi volgevo in direzione della sua voce. Vedevo gli occhi grandi di mia nonna immersi nei ricordi.

Oggi ripenso, con un misto di nostalgia e di mancanza, la sua figura presente nella mia vita e ancor più testimone della mia infanzia.

Di quegli anni ho immagini, sequenze di giochi condivisi, allegri. Di una finta attività commerciale e di finti acquisti.

I bicchieri buoni erano nella credenza in cucina.

Oggetto delle simulate vendite che allietavano i pomeriggi, per lo più trascorsi nella casa dei nonni.

Nonna Carmela sempre interessata ad acquistare tazzine pregiate, di rare collezioni da sei o da dodici, che tenacemente e con tanta parlantina, in una finta realtà, le proponevo in vendita.

 "Come non le piace, signora? Non è forse di suo gradimento? Sono bicchieri di purissimo cristallo!"

La nonna era proprio una cliente esigente poiché esaminava attentamente i bicchieri e poi esclamava "oh! Quanta polvere!".

Io imperterrita continuavo a declamare la mia merce.

Era un rituale consolidato, faceva parte del nostro stare insieme.

Non era recitare una parte. Era vestire per qualche attimo abiti diversi.

Lei aveva, in realtà, cucito numerosi abiti  per clienti e persone di famiglia.

Abiti di un'epoca passata, cappellini di feltro, vestiti con scollature rotonde, a sorriso, a barca, bustini, volant in un tempo dove la moda era un lusso concesso a pochi.

Mi parlava degli abiti da sposa fatti di trine e merletti, rigorosamente bianchi e poi mi raccontava della matinèe, interamente lavorata a mano e rifinita, utilizzata dalle donne per ricevere gli ospiti in modo informale.

Era allegra, forse civettuola, quando indossava un paio di guanti nuovi.

Raccontava che fidanzata col nonno, con al seguito zie e cugine, si era recata a Napoli per un paio di scarpe nuove e alla moda.

"Le volevo col tacco, eleganti. Le avevo viste indossate da una cliente che veniva in vacanza da noi in Puglia. La signora era di Milano".

Chissà perché la parola Milano la pronunciava sempre con rispetto.

A Milano viveva una delle sorelle, senza figli con un marito che l' adorava.

C' era poi suo figlio.

All' inizio per cercare un buon lavoro. Poi aveva deciso di rimanerci e si era formato una famiglia.

La nonna aveva una bellezza che non era vanità ma armonia che creava con gli altri.

Si definiva semplice, ammiccando agli studi fatti, ma era sempre avida di notizie e di conoscenze.

Le apprendeva da Gente o da Oggi. Non dovevano mai mancare le riviste!

Diceva sempre "io ho fatto solo la quinta elementare mia nipote invece sarà una donna colta come mia figlia Milvia".

Ecco lei si scherniva un po' compiaciuta, quella semplicità condiva ogni sua parola.

Aveva quel candore che ora rivedo in me, uno stupore di bimba grande.

Aveva un affetto rispettoso per sua figlia Milvia intuitiva e tenace.

Mio nonno era un po' geloso di quella bella moglie, fin da quando erano fidanzati.

Come quella volta che aveva visto presso un fotografo, in vetrina e in bella mostra, il suo bel viso di bianca porcellana, con un leggero tocco di cipria, immortalato in posa sorridente.

Il colloquio che ne era seguito era stato in toni perentori. Aveva chiesto allo sconsolato fotografo di rimuovere subito quell'immagine e di restituirla alla diretta interessata.

Quella foto mia nonna la ripose, segretamente, in un angolo del comodino. Coperta dalla biancheria buona, quella col pizzo che sua sorella suora le aveva ricamato, quale dote per il matrimonio.

A volte, segretamente, me la mostrava compiaciuta e ridevamo insieme al racconto di quell'episodio di gelosia del nonno.

Ma lei sapeva scusare la severità del marito. Magari faceva spallucce e poi mangiava una ciliegia.

In questa giornata di sole ci siamo cercate, pensate, chiamate attraverso quella fotografia. Istantanea vergata da scrittura di tenera ventenne riposta in una scatola contenente quattro bottoni di madreperla e un ventaglio.

Per caso ritrovata in un luogo per me non lontano.

La memoria ha occhi infiniti.

20:40
3 maggio 2009


Rose

Ospite

Cara Elina, che bel ritratto hai dipinto di tua nonna! Una persona davvero insolita e 'moderna', direi Kiss Mi sembra di capire che non sia la mamma di Camilla … altrimenti si sarebbe trattato di una diretta discendenza di fascino e capacità Smile un 'passaggio di testimone' da una generazione all'altra.

Questo tuo scritto, oltre alla bellezza in sè, dimostra quanto possa arricchire il rapporto nonni/nipoti … qualcosa di cui non tutti sono riusciti a godere. Frown

21:26
3 maggio 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

la memoria ri-trova anche i particolari, ri-spolvera i dettagli, gli angoli rimasti all' ombra, e ricrea immagini e percorsi che dal passato sfociano nel presente e lo arricchiscono. Nascono pagine come questa tua, Elina, storie che fanno bene al cuore. Grazie.

dmk

22:06
3 maggio 2009


franco

Ospite

un bel ritratto Elina,

suggestivo, evocativo e colmo di tenerezza.

Una prosa davvero piacevole.

f

10:38
4 maggio 2009


Elina

Ospite

grazie a tutti per la letturaSmile

per Rose: in casa, in famiglia Camilla veniva chiamata Milvia

Carmela era la mamma di mia madreWink

Elina

13:08
5 maggio 2009


stella

Ospite

Elina adoro questi racconti.

Mi ci ritrovo, riconosco atmosfere dolci e calde d'altri tempi.

Io ho conosciuto solo il nonno paterno che ricordo ancora con affetto e gratitudine.

Anche il nonno"Fifola" uomo dell'ottocento era molto più moderno delle figlie zitelle.

A novant'anni era ancora pieno di interessi e curava gli affari di famiglia delegando ai figli solo in apparenza.

Sono riusciti a nascondergli una sola cosa.

Lui piccolo propietario terriero viveva per la terra e i suoi contadini, che trattava come membri della famiglia.

Nei primi anni sessanta i contadini della montagna attratti dal lavoro più facile della pianura, cominciarono a spopolare.

Un podere rimase scoperto, non c'erano più uomini a lavorarlo.

Mio padre e mio zio decisero di venderlo.

Il nonno non venne mai a saperlo e continuò fino alla morte a farsi accompagnare sui campi per controllare i lavori eseguiti.

Grazie Elina per questi ricordi, che costituiscono una eredità che nessuno potrà toglierti. 



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