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Il pennello da barba

UtenteMessaggio

17:50
5 aprile 2009


Filippo

Ospite


Mio nonno è morto pochi giorni prima che il terzo millennio facesse capolino. Aveva 97 anni. Di lui ho voluto conservare solo un oggetto: un vecchio pennello da barba, con la base di legno chiaro, segnato dal tempo e dall’umido, e con le setole talmente dure da pungere il viso al contatto.
Quando qualche volta, da ragazzo, gli chiedevo come mai non cambiasse pennello e ne comprasse uno nuovo, lui mi rispondeva che …col tempo avrei capito. La stessa domanda gliela rifeci poco tempo prima che morisse, e finalmente mi rispose (ma io avevo già intuito). Mi disse: "mi piace la mattina, appena mi sveglio, farmi la barba e sentire sul viso la realtà che mi punge. Così capisco che il sonno è finito e non c’è tempo per sognare".
E’ dagli ultimi giorni del secondo millennio che mi faccio la barba con quel pennello…(quando me la faccio…)
Di una cosa sono convinto: molto spesso la realtà supera di gran lunga la fantasia, e per tutte le storie raccontate, da qualche parte c'è sempre qualcuno che le ha realmente vissute.

……………………..

Nonno Filippo
Il barone Traìna era la figura più importante in città, e forse nell’intera provincia di Ragusa. Ricchissimo. Le sue proprietà si estendevano a perdita d’occhio ed arrivavano al mare. Il palazzo Traìna era (ed è tutt’oggi) la costruzione più imponente della città: un palazzo in stile barocco oggi sede del Municipio. Era il barone Traìna l’ultimo discendente di una nobilissima famiglia e non aveva voluto sposarsi. Era però innamorato di una donna bellissima, Lucia, figlia della governante. Tra di loro nacque un amore dolcissimo, ma impossibile. E dal loro amore nacque un figlio, Filippo. Per tutta la vita il barone e Lucia hanno, come si dice oggi, convissuto, senza però che lui la sposasse, perché la regola della nobiltà gli impediva di sposare una non titolata. Non solo, ma – noblesse oblige -  non poteva legittimare il figlio, che quindi non poteva vivere nel palazzo, e di conseguenza decise di sbarazzarsene. La madre, chiaramente, fece il possibile per trattenere il figlio, ma la sua volontà valeva poco, molto poco. Riuscì comunque a fare in modo che il figlioletto non venisse "depositato" nella ruota di un qualche convento, ma venisse affidato ad una famiglia. E cosi avvenne. Filippo crebbe in una nuova famiglia, umile ma molto dignitosa; il nuovo padre aveva una cava e lui iniziò fin da piccolo a lavorare col padre. Fece solo le scuole elementari. Il padre morì molto presto e lui divenne a 12 anni il capo famiglia. Avrebbe voluto continuare a studiare, amava leggere ed era appassionato dei classici, ma la sua realtà era ben diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto essere, e continuò a lavorare nella cava, con un orgoglio e una dignità fuori dal normale. Ogni tanto una signora , di sfuggita, lo andava a vedere, lo sbirciava per la strada, quasi lo controllava, e solo molti anni dopo, era già sposato con figli, seppe che si trattava della sua vera madre. In tutti questi anni il barone non volle mai sapere nulla del figlio, per lui non esisteva proprio, e quando Lucia cercava di parlargliene, lui diventava molto brusco e irascibile. Ormai nel palazzo vivevano solo loro due, erano stati insieme una intera vita, lei non lo aveva mai abbandonato e viveva nel palazzo come se fosse la padrona, anzi era la padrona e tutti la consideravano la baronessa (tra l’altro aveva studiato, era molto colta, suonava il piano e tutti credevano che fosse la moglie del barone). Lucia si ammalò gravemente e solo allora lui decise di sposarla, e dopo averla sposata, lei gli raccontò tutta la verità su loro figlio: che lei gli aveva dato il nome del padre del barone, appunto Filippo, la famiglia che lo aveva cresciuto, che si era già sposato e aveva una figlia (mia madre) ecc. ecc. Lucia morì pochi giorni dopo, e il barone da quel momento si ritirò in un isolamento totale, ma continuò a non volerne sapere di quel suo unico figlio. Fino a quando, poco tempo prima di morire, ebbe una sorta di scrupolo, anche per rispetto della sua compagna scomparsa, e decise di conoscere il figlio (mio nonno aveva saputo chi era la sua vera madre, ma non sapeva chi fosse il padre). Una sera il barone lo mandò a chiamare e gli disse che lui era il suo vero padre e che, in punto di morte, voleva riconoscerlo legittimamente, trasferendogli titolo e proprietà. Mio nonno ascoltò con calma tutto il racconto del "padre" e poi rispose con questa semplice frase: " Tu non mi hai voluto riconoscere come figlio quando io avevo bisogno del padre, ora sono io che non voglio riconoscerti come padre, perché non ho bisogno di te e dei tuoi titoli!"
Girò i tacchi e usci per sempre da quella casa, da quei titoli e da quella ricchezza che avrebbero dovuto essere i suoi.

………………………..

Mio nonno è morto alla fine del ‘99, aveva 97 anni, e quando qualche volta gli chiedevamo se si fosse mai pentito di quel suo "rifiuto", lui faceva un sorriso e rispondeva dicendo che aveva un ricordo, lontano nel tempo, di un uomo che la mattina presto lo svegliava, gli accarezzava la fronte e gli diceva: "Svegliati, Filippo. . . la cava ci aspetta!"
Era quello suo padre, ed era da lui che aveva imparato cosa fosse il rispetto e la dignità.

21:00
5 aprile 2009


Rose

Ospite

Proprio una bella storia, Filippo e, come dici tu, spesso la realtà supera la fantasia.

Certo, gli affetti non si possono improvvisare e nemmeno il rispetto. Tuo nonno vi ha lasciato una bella lezione di vita.

Questo tipo di esempi è più importante del patrimonio genetico e anche di quello materiale.

21:35
5 aprile 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

una gran storia, Filippo e una grande lezione, come dice Rose: i padri veri sono quelli che allevano, si prendono cura, con amore e dedizione, dei figli. E non sempre sono i padri genetici. Mi è piaciuto moltissimo, questo tuo scritto.

dmk

21:39
5 aprile 2009


franco

Ospite

"…mi piace la mattina, appena mi sveglio, farmi la barba e sentire sul viso la realtà che mi punge. Così capisco che il sonno è finito e non c’è tempo per sognare…"

Gente questa, che sa fare i conti con la realtà.

Ogni mattina è una sfida ad arrivare a sera con la schiena diritta, fino alla fine, per tutto un'intero secolo di vita dignitosa.

Ah, se c'è la morale! E anche il profondo insegnamento, senza altro ausilio didattico che le setole ispide di quel vecchio pennello da barba.

Uno scritto efficace e coinvolgente.

f

21:44
5 aprile 2009


sandra

Ospite

Ah! se quel pennello potesse parlare, Filippuzzo, direbbe: "Tuo nonno era un grand'uomo e tu, cerca di somigliargli, picciotto e … ràditi più spesso!" Wink

Mi sei piaciuto, Filippo. Bravo! Kiss

18:32
10 aprile 2009


Filippo

Ospite

Grazie dei commenti, amici miei…. anche da parte di nonno Frown



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