Un artista colto e sfacciato, attento alla lezione del passato e abile a indagare il presente, tecnicamente dotato e pronto a cercare nel sogno (meglio ancora nell'incubo) la fonte d'ispirazione della propria produzione. No, non stiamo parlando di un avanguardista parigino degli anni Venti ma del vivente Ryan Mendoza, pittore americano di nascita e girovago per vocazione, uno che ha vissuto a Berlino e Parigi prima di stabilirsi (o forse sarebbe il caso di dire «ritrovarsi») a Napoli.

Il pacco, 2009
La cosiddetta «comédie humaine» nella sua ricerca si fa viaggio scandaloso, denso di richiami freudiani, laddove per Freud si intendono sia Sigmund che Lucien. Inventore di questi racconti visivi estremi, Ryan Mendoza si pone in bilico tra il bisogno di idealizzare e il desiderio di sperimentare, è considerato pertanto una delle personalità artistiche emergenti del panorama contemporaneo, un autentico caso nel panorama dell'arte di questi ultimi anni. Uno scenario che – guarda caso – è dominato con forza sempre maggiore dalla necessità di recuperare la disciplina della pittura in un orizzonte attuale.

L' idea che mangiò l' uomo, 2009

Complicity, 2009
Cavalcando lo tsunami della realtà e trasformando la quotidianità in fabula de lineis et coloribus, Ryan Mendoza addolcisce il mondo con un reale più reale del reale per proporre frammenti d'un discorso visivo che fa i conti con mondi magici e mitici; mondi che deviano dalla centralità della ragione con lo scopo di approssimarsi ai paesi fascinosi dell'incerto, dell'obliquo, dello scentramento e del primitivo.
Nelle sue opere la Lebenswelt (Mondo vitale o Mondo della vita) si fa rappresentazione e riflessione, ma anche racconto fiabesco, arabesco immaginifico in cui torna chiaro un pragmatismo visivo che metamorfosa la propria posizione in fantarealismo: e cioè nella volontà di incrinare l'esistenza a un'infrazione e una discontinuità tesa a riempire nuovamente la realtà perduta. [«Adults have created fantasy to make up for the loss of reality» (R. Mendoza)].
Sono soltanto alcune delle inquadrature proposte da Mendoza per raccontare, transitando nei sentieri della storia dell'arte, la vita dipersonaggi muti che – lo ha suggerito Milan Kundera nel 2003 – "vivono nei loro ritratti come fantasmi di se stessi".