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Il racconto dell' abbandono

UtenteMessaggio

19:09
26 agosto 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell'ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d'agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro. 

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d'istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po' di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d'acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l'unica donna sopravvissuta – con altri quattro giovani uomini – sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore. 

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d'immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna – una vergogna della democrazia – darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l'asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell'Italia che cercavano, e incominciare a vivere. 

Un'Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un'amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L'Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell'Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l'undicesimo anno, e scatta l'arruolamento obbligatorio nell'esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no? 

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d'acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l'Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale. 

Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov'è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d'acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l'indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura. 

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l'acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c'è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c'è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l'ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c'è l'Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient'altro. 

"Adei", madre, sto andando, pensa senza dormire. "Amlak", dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c'è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d'uomini, ma non c'è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l'elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l'acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi. 

La notte fa più paura. Non c'è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago. 

All'inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l'ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: "Giù, giù, vai in mare, vai". Ma il settimo giorno i problemi cambiano. 

Muore Haddish, che ha vent'anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr'ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. "Mai", acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete "mai" nella testa, c'è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. "E' arrivato – dice all'alba Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato". I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce. 

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: "Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera". Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. "Meut", la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie "semai", il cielo, verrà dal mare, "bahari". Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà. 

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l'acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l'ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l'idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo. 

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c'è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l'unica protezione dal freddo, l'unico cuscino, la coperta, l'unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l'ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c'è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po' nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più. 

L'acqua è un'ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t'importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l'incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d'uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi. 

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all'amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all'Italia, non sa dov'è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev'essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l'energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott'acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l'Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, "Adei, Amlak, semai, bahari, meut". Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto. 

Si accorge dalle urla, all'improvviso, che c'è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione. 

Dentro c'è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l'acqua l'anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E' un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire. 

Un giorno e una notte. Poi l'ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c'è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov'è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu. 

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d'acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l'altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c'è, l'hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l'altra mano, dove c'è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all'Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l'ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare. 
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po' di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell'Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po' più in là. 

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un'idea di che cosa sia davvero l'Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l'ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c'è scritto "la vita è un bene prezioso". 

Ezio Mauro

dmk

19:18
26 agosto 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Scusate la lunghezza. Mi hanno mandato questo racconto oggi. Lo pubblico, perchè è di buona scrittura, con un retoricismo presente, ma ridotto ai minimi termini e illustra una situazione di cui i giornali, le TV e non solo questi hanno parlato e stra-parlato ultimamente. 

Naturalmente vuole avere una voce "politica", ma ciò non toglie che sia un buon racconto che incide nei particolari dolore-sofferenza-morte-speranza, puntando il dito contro i soccorsi mancati. La mancanza di umanità. Peccato che questa ultima venga ascritta all' Italia. A lei sola. 

dmk

21:13
26 agosto 2009


Rose

Ospite

E' un buon racconto e vorrei ringraziare Ezio Mauro per averlo mandato. A tutti coloro che cercano scampo dalla guerra e dalla fame va la solidarietà, non c'è dubbio. Credo che l'Italia stia facendo più di altri paesi. Non criminalizzerei il governo per il tentativo di regolarizzare l'entrata degli stranieri e penso che il nostro paese non si sia mai tirato indietro, quando si è trattato di soccorrere le persone nelle condizioni descritte dal racconto. Occorre portare la questione al parlamento europeo. Non può essere un problema che riguardi solo i paesi del mediterraneo. E' un problema di ciascuno soccorrere il prossimo.

21:31
26 agosto 2009


Manfredi

Ospite

ho letto da qualche parte e non ricordo dove che un tempo si usava la frase: “Italiani brava gente”, mentre adesso gli Italiani, brava gente non esistono più e in particolare con riferimento al fatto di cui parla il racconto. tutti imbecilli, indegni, incapaci di umanità, asserviti all' egoismo, plagiati da un governo infame eccccccccccc

Bene.

da Liberazione

A Mazara del Vallo la guardia Costiera non ce la fa coi suoi mezzi e chiede aiuto in porto
I pescherecci escono in piena notte, per due volte, e salvano 700 naufraghi africani
I pescatori sfidano il mare forza 9 per salvare 700 «clandestini»

Laura Eduati

Ventotto ore in balìa del mare in burrasca per salvare seicentocinquanta immigrati che rischiavano di naufragare nel Canale di Sicilia. Una operazione rischiosissima portata a termine con successo dai pescatori di Mazara del Vallo, che hanno messo a disposizione cinque motopesca per soccorrere due barconi in grosse difficoltà, il primo a 15 miglia da Lampedusa e il secondo in acque maltesi e, come spesso accade, ignorato da La Valletta.
L'allarme viene dato giovedì pomeriggio dagli stessi migranti, con un telefono satellitare lanciano un disperato sos. Il mare infuria a forza nove, le imbarcazioni rischiano di spezzarsi…

Insomma i pescherecci salpano, intercettano “la carretta” e portano in salvo i disperati. Ed è successo diverse, svariate volte…

Italiani, brava gente o no?

ah, già! dimenticavo la parola oscena: respingimenti. 

06:50
27 agosto 2009


sandra

Ospite

Un racconto scritto benissimo e coinvolgente. Come non commuoversi davanti a questi fatto orribili? Vorrei dire che questa commozione non è appannaggio di uno schieramento politico o dell'altro, è semplicemente umana.

E' facile cavalcare la causa dei perseguitati, ma chiediamoci da chi stavano fuggendo quegli Eritrei. Il loro paese è dominato da un tiranno che si definisce comunista ed è un feroce persecutore dei cristiani.

Il tiranno di Asmara si chiama Ysaias Afewerki. Viene spesso in Italia in visita privata. Ha molti amici e nessun rompiscatole che lo tormenti coi megafoni. In fondo, è un compagno. Negli anni '80 era trattato come una specie di eroe della libertà e capeggiava il Fronte per la liberazione dell'Eritrea, contro l'invasore etiope. Al movimento aderivano tutti, destra e sinistra, cattolici e no. Ottenuta la liberazione, Afewerki, che sosteneva di essere un comunista liberal, divenne islamico. In principio coinvolse alcuni alleati nel governo, poi li eliminò e diede inizio ad una forma di governo repressiva dei più elementari diritti umani.

Per tenere il tallone sul collo del popolo, mantiene il paese costantemente in guerra; la leva militare non ha fine, salvo la morte in guerra, in un gulag o in uno di questi viaggi disperati, alla ricerca di salvezza.

Chi sono gli alleati internazionali di questo tiranno? perchè Malta non accoglie i fuggitivi dall'Eritrea?

13:12
27 agosto 2009


Rose

Ospite

Grazie, Sandra per le argomentazioni che fanno riflettere.

In un momento di carenza di risorse finanziarie per i nostri problemi interni, affrontare seriamente l’immigrazione sembra impossibile, ma purtroppo è un  problema da affrontare e possiamo farlo insieme alle altre 25 nazioni della Comunità europea, condividendone obiettivi comuni e risorse.

22:01
27 agosto 2009


admin

Amministratore

messaggi3520

Penso che tutti si concorda sulla tragicità dell' essere “migranti” e credo che sia inutile dilungarsi a ripetere  ciò che ognuno ben sa in proposito. 

Una tragedia, dunque, che inizia in paesi lontani, che ha fatto del Mediterraneo la bara per centinaia di persone in cerca di salvezza, di una possibilità di vita, traditi nelle loro aspettative in primis da scafisti delinquenti, profittatori e assassini. 

Malta, diceva Sandra: la sua posizione é chiara (e insieme inaccettabile). Dal momento che Malta, come si sa, è uno sputo di terra, non ha la possibilità di accogliere le migliaia di migranti che incrociano nelle sue acque territoriali e, da subito, non li ha accolti. Si è creata così una fama di inumana crudeltà. 

L' Italia è l' approdo, la meta prescelta dei disperati. E l' Italia li ha accolti (pensiamo a Lampedusa e al suo così demonizzato CPT), non mi risulta che le motovedette o i pescherecci italiani (vedi il post di Manfred) siano rimasti a “guardare”, mentre carrette fatiscenti affondavano con il loro carico. No, non è successo. Sono stati salvati, portati a terra, sono stati curati, nutriti. E' il “dopo” che fa pensare.

A queste persone occorre una casa (che non sia un posto letto in uno scantinato da dividere con altre 10-15 persone e a caro prezzo, poiché i profittatori della miseria si sprecano ovunque), occorre un lavoro (anche di basso livello, di quelli che da noi nessuno vuole più fare, ma che sia un LAVORO VERO, non uno sfruttamento stagionale, quando va bene, o un mercato di carne quando va male), occorre imparare la lingua, occorrono cure e assistenza sanitaria, occorre, in una parola, l' integrazione.

Negli anni, si è proceduto su questa linea migliorando le procedure e cercando di colpire lo sfruttamento cui costoro sono esposti (non ditemi che è falso, perché ci ho sputato sangue in questo settore e l' ho fatto sputare ai miei collaboratori per più di un decennio e noi non si costituiva un' eccezione, ma si era in rete con le strutture di tutta Italia).

Oggi si è alla saturazione. Tutti vorremmo che così non fosse. Sarebbe tanto più facile, tanto più gratificante metterci dritti sulle nostre coste, come fari, e allargando le braccia, gridare:

“Venite, tutti, quanti siete. Qui siete i benvenuti! è casa vostra come nostra!”

Già. Sarebbe meraviglioso. Ma, al di là dell' emotività e dello slancio universale che tutti ci accomuna, mi chiedo:

e poi? poi che cosa faranno, OGGI, queste migliaia di infelici? dove andranno? come vivranno? OGGI, quando anche l' uomo comune finalmente sa che il paese si regge economicamente su stampelle di cartapesta e che un risanamento è non solo necessario, ma urgentissimo se no si corre il rischio di non aver più un paese. Pantalone é alle corde, dissanguato da decenni di “cricche” che hanno svenduto il futuro fingendo amor di patria. Ed altro.

L' ospitalità, anche quella semplicemente amicale, è una bella cosa, ma io vorrei esser sicura di ospitare i miei amici, sapendo che ho loro da offrire un posto caldo e sicuro, non il mio sottoscala infestato da insetti e ratti di ogni tipo.

E penso che Rose abbia ragione:  l' Europa non può, come ha fatto finora, lavarsene le mani. Il problema è Europeo, non maltese o italiano. E se la politica dei “respingimenti” (concordo, Manfred: parola di connotazione oscenamente negativa per una prassi che non é, come si vorrebbe far credere, solo italiana) dovesse servire a dare una smossa all' Europa, bene, allora sarà servita a qualcosa.

Ringrazio Sandra per le note chiarissime su Ysaias Afewerki, di cui non tutti sono al corrente. E la cui conoscenza invece è essenziale per una fondata critica storico – politica.

dmk

06:45
28 agosto 2009


Rose

Ospite

Una disamina oggettiva e completa del problema, cara Daniela.

Chissà se gli uomini riusciranno mai a condividere il pianeta che li ospita e le sue risorse, con uno spirito di fratellanza … al di là delle belle espressioni di retorica.

07:11
28 agosto 2009


sandra

Ospite

Le mie care ziette, così sagge! Kiss

Signora admin Daniela, nessuno avrebbe potuto dire meglio di quanto abbia fatto tu nel tuo ultimo intervento. Il difficile è proprio coniugare la solidarietà con la situazione reale del paese.



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