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L'Italia degli Invisibili

UtenteMessaggio

14:49
18 febbraio 2010


Carmen

Ospite

Camminavi claudicante su e giù per il corridoio dell'ospedale in attesa che ti chiamassero per la medicazione alle gambe e bestemmiavi e puzzavi di alcol di primo mattino.
Raccontasti che eri stata punta dalla zanzara tigre e che eri allergica.
Mostrasti a noi altri le ferite: bozzi neri grossi, quanto una noce contornati dall'infezione.
Imprecavo contro il medico, contro tuo padre, contro l'amante di tuo padre, contro tua madre, contro la zia, contro l'Italia intera, ed infine, anche contro la zanzara.
Tutti ti avevano fatto tanto male. 
Il suono di un fischio usciva  dalla tua bocca ogni volta che parlavi, perché ti mancavano i due denti davanti.
Avrai avuto trent'anni circa, forse anche di meno, e  sembravi una scopa vestita con quella tuta di due taglie più grandi.
Non ti ho chiesto il nome, perciò ti chiamerò Elisa. Ha un bel suono.
Questo per i tuoi occhi azzurri come l'acqua, quando il cielo ci si specchia dentro; buoni, nonostante quello che tiravi fuori dalla bocca. Sembravi un fiore in mezzo al fango che non vuole arrendersi e, nonostante il sudiciume, spicca testardo.
Raccontavi, avevi voglia di parlare, con chiunque in continuazione.
Così seppi che avevi lavorato come infermiera di notte in una clinica geriatria e che ti avevano licenziato per colpa degli extracomunitari; dicevi che loro lavorano senza essere messi in “regola” e che tu invece facevi parte “degli interventi comunitari urgenti per il contenimento della spesa pubblica”, solo che la clinica era privata e gli anziani pagavano più di tre milioni di lire al mese per farsi curare.
Notai che insistevi a parlare in lire nonostante l'entrata dell'Euro,  come quando mi dicesti che agli extracomunitari vengono elargite 30 mila lire al giorno e a te, invece, niente.
Seppi che “il padrone“, così chiamavi l'amministratore della clinica, non voleva pagarti i contributi e alle tue proteste ti ritrovasti per strada con un bel calcio nel di dietro. Per il “padrone” il problema fu risolto.
Tra i tanti compiti che avevi da svolgere nella clinica ce n'era uno che proprio non tolleravi, perché, se per caso fossero passati la Guardia della Finanza o i Carabinieri, avresti dovuto avvertire gli extracomunitari, che a loro volta dovevano nascondersi sul tetto della clinica. Sopra il tetto come i gatti.
Mi raccontasti di tuo padre, che aveva un'amante più anziana di lui e che avevi giurato di fargliela pagare, “per i suoi porci comodi” e che tuo padre si era “inscemonito” per quel che poteva nascondere la “baldracca tra le gambe”.
Mentre parlavi gli occhi ti si riempivano di lacrime e prendevano le sembianze di due laghi d'inverno. Stessa tristezza, stesso abbandono, ma quando parlavi dei “vecchi” si addolcivano, dicevi che li avevi sempre trattati con umanità e che quando fosti licenziata, loro piansero.
Donavi umanità, ma nessuno ti aveva dato un briciolo d'affetto.
Un semplice abbraccio avresti voluto, dicesti. Ti vergognavi di essere figlia di tuo padre.
C'era tanta sensibilità, e sofferenza,  oltre le dure parole.
Continuavi ad imprecare contro gli extracomunitari che ti avevano rubato il lavoro.
Avrei voluto farti un discorso politico ma non mi sembrava il caso, non di fronte ad una realtà così cruda come la tua; avrei voluto spiegarti che forse nemmeno gli extracomunitari erano contenti, anche se, con quel poco che guadagnavano, potevano costruirsi la tanto sognata casa nel loro paese, oppure mantenere la famiglia.
Ma questa è la guerra dei poveri e non c'è politico che se ne occupi. Qui la politica è totalmente assente, anche perché voi, senza tetto, non votate, oppure quando votate siete talmente ubriachi che non sapete nemmeno dove mettete quella croce, perché di croci ne portate sulle spalle tutti i santi giorni che Dio vi manda a soffrire.
Dicevi che volevi fare una grande manifestazione pacifista davanti al Parlamento. Tutti i senza tetti uniti, seduti in silenzio.
Ma tu sei sola e non hai la forza di organizzare una cosa del genere.
Hai aspettato per anni di prendere possesso della casa popolare, ma non sei mai riuscita a far parte della graduatoria dei più fortunati. Dicevi che la precedenza era degli zingari e degli extracomunitari.
Ti ascoltavo con attenzione, avrei voluto aiutarti in qualche modo senza suscitare la tua sensibilità e così mi sono inventata la storia della vincita.
Ti ho detto che avevo vinto tanti soldi alla lotteria  e che anch'io ero stata una “senza tetto”. E così ti ho dato 100 euro per un vestito nuovo, sapendo bene che, appena avrei girato le spalle, saresti andata al primo supermercato a comprarti una bottiglia di wiskey, ma almeno questa volta sarebbe stata di marca buona.

Come potevo biasimarti Elisa, come, che mentre mi raccontavi la tua storia zoppicando, mi domandavo di quale Italia si trattasse?
Della bella Italia, che fa la sua figura alla tavola delle trattative al Parlamento Europeo? Quella della fantasia e del “O sole mio”, ma che non bastano la fantasia e una canzone per campare. 

Quando l'infermiera ti ha chiamato,  non ci siamo salutati. Probabilmente non ci incontreremo  mai più, perciò vorrei che tu accogliessi  il mio silenzioso augurio di buona fortuna, anche se solo un pizzico, perché so che ti acconteresti anche del poco.

Carmen

(dedicata alla sopravvivenza)

19:05
18 febbraio 2010


Pietro

Ospite

Un'altra amara realtà, quella dei senza tetto. Vorrei lodarla, cara Carmen, per trattare ogni tema con tanta sensibilità.

21:35
18 febbraio 2010


sandra

Ospite

Che pena 'sta povera gente!

Grazie, Carmen.

22:34
18 febbraio 2010


admin

Amministratore

messaggi3520

Crudo, realistico, tutto pieghe e ferite questo spaccato di vita di uno dei tanti invisibili, ignorati dai più. Una scrittura coinvolgente e comunicativa. Grazie, Carmen.

dmk

09:44
19 febbraio 2010


Elina

Ospite

"Sembravi un fiore in mezzo al fango che non vuole arrendersi"

con queste parole restituisci dignità e "visibilità" ad un'esistenza di dolore

una prosa realistica, in pochi tratti  "carezzevole"

molto bellaKiss

13:50
22 febbraio 2010


Carmen

Ospite

Grazie a tutti e, sì,  in effetti mi piace trattare i molteplici aspetti della vita.

Mi sento come una persona che sta sul bordo della luna e guarda cosa succede sulla terra, e poi scrive.

Un abbraccio grande a tutti voi.

16:18
23 febbraio 2010


lucia

Ospite

L'immaginazione di essere sulla luna, vedere cosa succede sulla terra e avere l'ispirazione di scrivere è meravigliso.Smile

17:02
23 febbraio 2010


Carmen

Ospite

grazie Lucia bella!



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